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giovedì 16 luglio 2015

La pancia al piede, ovvero i tormenti della gravidanza

Se fossi una donna che si sente dire: "la gravidanza è uno stato di grazia, goditela", sfodererei il mio sorriso più luminoso e poi colpirei con una testata sul setto nasale l'autore dell'affermazione. 

Simona: 37 settimane e 3 giorni
Simona è arrivata al nono mese. Ho osservato da vicino questo cammino tortuoso che ora si avvia al termine. L'ho visto iniziare come un percorso tranquillo, una passeggiata in una valle più o meno fiorita per poi diventare un gara di trekking sempre più impegnativa, fino a trasformarsi in un calvario (ma senza sputi e colpi nel costato).

Io di gravidanza ne sapevo poco fino a che non ne ho visto una da vicino. Ne sapevo quello che tutti i maschi adulti ne sanno: un concentrato di conoscenze vaghe e misteriose, condite da una densità così alta di luoghi comuni che la gestazione finisce per diventare poco più che una storia da cartone animato.

Per esempio io immaginavo Simona sconvolta da nausee così violente da rendere la nostra vita come un viaggio a bordo di una nave di marinai in mezzo a un oceano di onde alte quanto un palazzo. Immaginavo mia moglie incazzata nera ogni giorno per il vomito sempre a fior di labbra. La realtà: nemmeno una nausea, nemmeno un accenno in nove mesi. Ne ho avute più io a contatto con certe persone che incontri ogni tanto sulla tua strada. 

Altro stereotipo è quello della mamma felice della sua pancia. Ormai Simona se potesse prendere un'ascia e togliersela dal corpo (senza far male a Frida per carità) non se lo farebbe dire due volte. La pancia le piace come può piacere a un prigioniero da fumetto quella grossa palla al piede nera che lo tiene schiavo della legge. Si può dire che quella della gravidanza è una vera "pancia la piede". 

La pancia è un macigno conficcato tra costole, inguine, vescica, schiena. Costringe Simona ad alzarsi ogni ora per andare in bagno. Pesa sulle gambe e sui piedi che sono diventati gonfi ed enormi come quelli di Fiona, la moglie di Shrek (ma senza quel simpatico colorito verde, per fortuna).

Quando deve alzarsi dal letto o dal divano sembra Gregor Samsa (questa la capisce solo chi ha letto La Metamorfosi del mio amato Kafka).

Quando deve salire le scale sembra un alpinista che sta scalando il K2 dopo che ha passato la notte a scongelarsi i testicoli.

Quando deve infilarsi le scarpe ha la stessa grazia di un pellicano rimasto invischiato in una marea nera di petrolio. 

Per non parlare poi di tutte le privazioni a cui va incontro chi è in "dolce attesa" (ma quale mente sadica e bacata ha partorito questa locuzione? è un'attesa che diventa estenuante, dolce come uno yogurt greco lasciato fuori al sole di questa estate infernale).

La verdura e la frutta devi lavarla così bene e con tanta meticolosità per il pericolo toxoplasmosi che fai prima a sgrezzare un diamante sudafricano  (il solo pronunciarla questa malattia mi fa uscire gli occhi dai bulbi) . Non puoi mangiare frutti di mare, non puoi mangiare svariati tipi di formaggio, non puoi prendere questo e non puoi assaggiare quello. 

E non puoi usare medicine, così quando arriva un'allergia di stagione, ti può prendere a cazzotti in faccia fino a farti somigliare (tra starnuti, muco, occhi arrossati) a un boxer che ha appena fatto il suo primo allenamento che si trova per sbaglio a salire sul ring con Mike Tyson. 

Insomma la natura non è stupida. Ti rende così insopportabile l'attesa (certo quella dolce) che ti dimentichi che sul traguardo ti aspetta il "mostro di fine livello" (questa la capiscono soltanto i giocatori di videogame, i nerd, i geek e quelli degli anni 80 che andavano a spendere tutti i soldi dei genitori in quelle sale giochi pieni di suoni orrendi e luci maniacali), cioè il parto, cioè quel simpatico momento in cui un essere umano con tanto di testa, spalle, braccia, gambe e piedi ti esce dal corpo, con la stessa dimestichezza con cui una palla da bowling si prende la briga di cercare un varco attraverso l'apertura di un portamonete!



giovedì 23 aprile 2015

Alle porte del settimo mese - la querencia

25 settimane e 4 giorni. Altri pochi giorni e Simona entra nel settimo mese. Mi piace questo concetto di entrare nel tempo. Mi fa pensare a un gioco d'avventura. A un castello con nove porte, varcata ognuna delle quali ci si ritrova in uno spazio diverso, in un Mondo nuovo, colorato di scoperte inedite  e frusciante di pericoli inaspettati o di stupori non immaginabili.

Cinzia Benigni, Tauromachia, 2013, acquatinta e acquaforte su carta rosaspina, 15 x 20 cm

Ieri sera ho visto la pancia di Simona muoversi "da sola" per la prima volta. Ormai la sento quotidianamente, la bimba, mandare i suoi segnali dalla sua esistenza buia e solitaria nelle placide acque di "Lago Placenta", ma mai avevo visto la rotondità di mia moglie deformarsi e scuotersi come se si formasse una perturbazione interiore. Ecco una di quelle scoperte dietro la porta del Sesto Mese che ormai si sta chiudendo. Ancora quattro giorni e questa stanza sarà relegata al tempo del ricordo, murata per sempre, come succede inevitabilmente al "tempo passato". E senza scricchiolii si entrerà in uno spazio nuovo.

Se dovessi scrivere un diario del sesto mese partirei dal titolo che contiene il senso di tutto: "una silenziosa consapevolezza". La sua pancia cresce, ma senza esplodere. Le analisi sono buone. La dottoressa si complimenta con mia moglie per la sua forma fisica. Si complimenta con me perché mi vede "presente" e consapevole (essere consapevole, se andiamo alla radice etimologica, può legarsi al concetto di "prendere coscienza di un sapore". Ecco per me voglio che significhi questo: sto prendendo gusto a Frida!). I parenti fanno meno domande. Gli amici hanno superato lo shock. Ora si aspetta al riparo.

Chi conosce bene la tauromachia, cioè quell'assurdo "spettacolo" in cui gli uomini combattono con i tori (la corrida),  sa cosa significa la parola querencia. Si usa per indicare la zona in cui, nella spaventosa e tragica confusione dell'arena, il toro va a rifugiarsi per stare al sicuro. Lì non può essere attaccato, lì può attendere per accumulare o recuperare le energie prima di tuffarsi di nuovo nel gioco, per lui, spesso mortale. 

Io mi sento lì in questo momento: nella querencia . So che quando Frida nascerà dovrò affrontare "la battaglia", sarò nudo e senza protezione di fronte al fatto acquisito di una rivoluzione nella mia esistenza. Sarò lì nell'arena di una nuova vita, con qualche occhio dagli spalti puntato su di me, ma soprattuto con gli occhi della mia bambina ben piantati su di me

È così che mi sento adesso, alla vigilia del settimo mese. Sento di essere in quel luogo ideale dove arrivano solo ovattati i suoni di quello che sarà. Dove l'odore del nuovo si sente nell'aria e fa fremere le mie narici attente. Dove raccogliere tutte le energie possibili prima di uscire allo scoperto con un grido di felice liberazione e la paura sublime per la sfida che mi attende. 



mercoledì 15 aprile 2015

La terza pelle - i primi regali di Frida

Dispongo i regali che fino ad ora ha ricevuto Frida sul letto. Lo faccio spinto dal desiderio di vedere l'effetto che fanno. E resto in contemplazione.

I primi regali per Frida
Osservo per un tempo che mi sembra infinito. Li tocco piano per imprimerne la forma anche nella memoria delle dita. Mi viene in mente una frase di uno dei libri della mia vita (Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes): "Il regalo è contatto", ovvero una sorta di terza pelle tra colui che lo dona (la pelle di chi lo ha toccato, lo ha scelto) e chi lo riceve (la pelle di chi lo toccherà). 

Ad ogni piccolo oggetto che ci portano è come se la bambina prendesse più vita, anzi più consistenza.  Quei piccoli piedi che sono un'immagine vaporosa nella mia mente, assumono una corporeità di tenera carne, se me li figuro dentro le piccole scarpine (o pantofole?) con la faccia di coniglio che una nostra amica ci ha portato da Parigi. E quel cappotto rosa trasforma l'Idea della mia bambina in una Forma Umana che può sentire freddo e caldo, che sente sulla sua pelle la presenza di un tessuto. 

È un'impresa raccontare il momento dell'attesa. Per una madre sicuramente che vive dal "didentro" quella sinfonia in più movimenti che è la gestazione e che proprio perché così interiore e intima, non trova le parole (che sono pura esternazione). Ma anche per un padre, che da lontano (pur se così vicino, perché separato da suo figlio solo da pochi millimetri di pelle) non può che amare per immaginazione. L'attesa è un colloquio continuo con un fantasma che non vedi l'ora che acquisti un corpo. È un pensiero in forma di nuvola, una di quelle che in cielo prendono mille sembianze. 

Oriana Fallaci (sempre lei) scrive "Il frutto della paternità vi viene scodellato dinanzi come una minestra già cotta, posato sul letto come una camicia stirata. Non avete che da dargli un cognome se siete sposati, neanche quello se siete fuggiti". In questo caso non sono d'accordo con lei. Io sto allevando dentro di me il gusto di quel frutto, giorno dopo giorno. Io sto tenendo tra le mani l'orlo di quella camicia, ne sto saggiando col passare dei giorni il profumo del tessuto. Io non le darò solo un cognome (peraltro il mio non mi piace nemmeno), ma consegnerò nelle sue mani la mia voglia di renderla viva.

E ora di riporre quei piccoli regali nell'armadio. Di farli riposare nel buio dell'attesa. Sono lì che ti aspettano Frida... sono tuoi e sanno già di te.