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mercoledì 29 luglio 2015

Il giorno in cui è nata mia figlia

Frida c'è. 
Dopo averla immaginata, sognata, intuita è venuta alla luce (elettrica) di una sala parto alle 15:17 di un lunedì di fine luglio.

Frida all'età di 3 ore
Tutti si sono sorpresi per l'eleganza della sua puntualità. Perché il gesto della nascita è arrivato con esattezza di sceneggiatura il giorno dopo la chiusura del grande delirio del festival di Giffoni, dove Simona e, soprattutto, io eravamo impegnati fino al collo. Se fosse nata solo un giorno prima sarebbe stata, non dico una catastrofe, ma certamente una bella "gatta da pelare".

Quello che invece ha colpito me è stata la violenza e la bellezza del parto. E della sua preparazione. La formazione esistenziale di un essere umano di sesso maschile non si può dire completa se non ha vissuto un'esperienza intensa come questa. Come osservatore, s'intende.

La venuta al Mondo di un bambino, quando non asetticamente "composta" a tavolino con il taglio cesareo, è una lotta di corpi. È una coreografia di dolori e di emozioni in cui la Madre e la Figlia (o il figlio) recitano le uniche parti che contano. 

La locuzione "parto naturale" evoca in tutti la limpidezza, la semplicità, la scorrevolezza di qualcosa che funziona quasi in automatico. Invece la parola "naturale" alla fine della giornata si rivela per quello che è: la definizione di qualcosa di drammatico, di aggressivo, finanche di "infernale". 
Infernale come solo la Natura sa essere.

Si comincia con il travaglio. Io sono vicino a Simona. Le tengo la mano mentre le onde di dolore montano in lei, monitorate dal "tracciato" di un macchina che ne segue l'evoluzione. Presto i numeri sul piccolo monitor senza fronzoli mi diventano familiari. E quando una certa cifra aumenta sul cardiotocografo (in particolare presto i miei occhi si focalizzano sul valore "toco" che evidentemente misura il picco della contrazione uterina) vedo sul volto di Simona comparire lo strazio.

Col passare dei minuti, delle mezzore, delle ore (ma non tante) il dolore la fa prigioniera. Il suo sguardo si allontana sempre di più, come se fosse ormai concentrato su una zona distante che solo lei può vedere. Il dolore può stordire e quello del travaglio è come uno stupefacente che ti scolla dalla realtà e ti porta in una dimensione in cui, immagino, tutto si distorce in una prospettiva personale. 

Imparo un altro termine che si rivela sempre più luminoso. Come un'insegna che inizialmente ti è estranea, ma poi capisci che è l'unica che ti porterà a destinazione. Il termine in questione è "dilatazione". Qui si parla in centimetri. Maria la dolce ostetrica, giovane e dal volto rassicurante, che a guardarla sembra più una ricercatrice universitaria (precaria) di filosofia che una infermiera specializzata in far nascere bambini, ci fa sapere che la dilatazione della vagina va alla grande. È passata dall'un centimetro delle 10 del mattino ai 4 cm alle 12:30. "siamo a metà strada" ci dice sussurrando e palesemente soddisfatta. "Metà strada", penso io terrificato, guardando la smorfia dolente che è la maschera piazzata salda sul volto di Simona.

Quando la dilatazione è completa mancheranno dieci minuti alle 15. Mi avvio in sala parto. Non si potrebbe entrare, ma mi danno un permesso speciale. Non voglio perdermi questi momenti in cui la lotta si fa più dura, in cui la vita reclama gridando un nuovo posto in mezzo a noi. 

Nei film le sale parto sono piene di macchinari e di colori, il trionfo dell'asettico scintillio del dispositivo elettronico. Nella realtà, quella dove di lì a poco nascerà Frida, è una stanza sì piena di apparecchi dall'aspetto medico, ma questi hanno tutta l'aria di residuati malconci e antiquati, che stanno lì come come pezzi di scenografia da una scena girata in precedenza e non ancora sbaraccati.

In fin dei conti per partorire occorre l'essenziale: un lettino con supporti per le cosce, una lampada che fa luce come i fari del San Siro, un'ostetrica che conduce le manovre davanti alla povera donna divaricata e sudata, il medico che impartisce ordini soavi e si prodiga in consigli che non credo vengano recepiti del tutto e, al limite, un'assistente navigata, svelta ed emozionata per il parto come uno spettatore che vede per la 170ma volta lo stesso film. Addirittura per sentire il battito si ricorre ancora a un aggeggio di legno (vedi foto sotto) che sembra un calice flute dove sorseggiare del "latte spumante" (non esiste, ma sarebbe bello berlo).

Stetoscopio Pinard

Gli ultimi dieci minuti prima dell'uscita di Frida rispettano il classico crescendo (leggasi "climax") di ogni buona storia che si rispetti. Il dolore incalza e deforma in smorfie sataniche il volto di Simona. Le sue mani si tengono sempre più strette alle staffe. I capelli sono zuppi e gli sbuffi della respirazione sono sincopati e bollenti. Io le faccio sentire che ci sono. L'emozione cresce in me, ma non sovrasta il senso cinematografico del momento. Sono concentrato sui dettagli, sono entusiasta di star assistendo a quella esplosione esistenziale che è la nascita.

L'ostetrica mi dice di spostarmi avanti. Si intravedono i capelli di Frida. La testa mi appare - attraverso la stretta feritoia del sesso di mia moglie - come un parallelepipedo piuttosto che come una sfera. Dicono a Simona di spingere con forza. Lei pensa di non farcela. Credo che tutte le madri del Mondo in questo momento hanno la sensazione di perdere le forze, di essere inadeguate fisicamente, di non riuscire a espellere questo "amatissimo nemico" in corpo (non esiste che  si può amare il proprio figlio nell'attimo in cui passa attraverso le tue viscere, nessuno mi convincerà del contrario).

Poi ecco la testa. Quante volte l'ho visto nei film questo momento? Eppure dal vivo è tutto un altro spettacolo. È come aver immaginato il mare per una vita, visto in foto, ripreso in video e poi improvvisamente, per la prima volta, ti ritrovi di fronte alla sua maestosa presenza con tutto il corteo di profumi, di suoni, di brezze alate.

Certo la nascita è molto meno poetica. Molto meno profumata. Molto meno pulita. Molto meno silenziosa.

Tagliano il cordone. Che ne film mi è sempre sembrato più stretto e più aggraziato. Frida piange. È il vagito primitivo che annuncia l'entrata in scena di un nuovo essere umano e della fine della nostra  (mia e di Simona) vecchia vita.

Io non piango, sono ancora stordito dalla bellezza del momento. Lei piange, invece, forse preoccupata dalla bruttezza del Mondo. E mentre la depositano nelle mie mani risuonano in me i versi di una poetessa che amo molto (Marina Cvetaeva):

Vieni vicino al mio petto,
più stretto:
nascere, piccolo, é cadere nel tempo.
Dal non-dove, non-terra,
così rovinosa discesa!
Da spirito in – polvere!
Piangi, bambino, per te, per tutti:
nascere – é cadere nel corpo!
Piangi, piccolo, per il futuro, e ancora:
nascere – é cadere nel giorno!

La tengo piano, impaurito per la fragilità di un essere appena coniato. Non penso che quella è mia figlia. Non penso che quel piccolo umano di tre chili e mezzo farà saltare ogni impalcatura della mia vita fino a quel momento. Non penso a quello che è, quello che è stato e a quello che verrà. Non penso a nulla, come se avessero staccato la corrente nel cervello.

La sua leggerezza nelle mie mani diventa la leggerezza improvvisa del Mondo. E io con lei cado nel tempo.





giovedì 16 luglio 2015

La pancia al piede, ovvero i tormenti della gravidanza

Se fossi una donna che si sente dire: "la gravidanza è uno stato di grazia, goditela", sfodererei il mio sorriso più luminoso e poi colpirei con una testata sul setto nasale l'autore dell'affermazione. 

Simona: 37 settimane e 3 giorni
Simona è arrivata al nono mese. Ho osservato da vicino questo cammino tortuoso che ora si avvia al termine. L'ho visto iniziare come un percorso tranquillo, una passeggiata in una valle più o meno fiorita per poi diventare un gara di trekking sempre più impegnativa, fino a trasformarsi in un calvario (ma senza sputi e colpi nel costato).

Io di gravidanza ne sapevo poco fino a che non ne ho visto una da vicino. Ne sapevo quello che tutti i maschi adulti ne sanno: un concentrato di conoscenze vaghe e misteriose, condite da una densità così alta di luoghi comuni che la gestazione finisce per diventare poco più che una storia da cartone animato.

Per esempio io immaginavo Simona sconvolta da nausee così violente da rendere la nostra vita come un viaggio a bordo di una nave di marinai in mezzo a un oceano di onde alte quanto un palazzo. Immaginavo mia moglie incazzata nera ogni giorno per il vomito sempre a fior di labbra. La realtà: nemmeno una nausea, nemmeno un accenno in nove mesi. Ne ho avute più io a contatto con certe persone che incontri ogni tanto sulla tua strada. 

Altro stereotipo è quello della mamma felice della sua pancia. Ormai Simona se potesse prendere un'ascia e togliersela dal corpo (senza far male a Frida per carità) non se lo farebbe dire due volte. La pancia le piace come può piacere a un prigioniero da fumetto quella grossa palla al piede nera che lo tiene schiavo della legge. Si può dire che quella della gravidanza è una vera "pancia la piede". 

La pancia è un macigno conficcato tra costole, inguine, vescica, schiena. Costringe Simona ad alzarsi ogni ora per andare in bagno. Pesa sulle gambe e sui piedi che sono diventati gonfi ed enormi come quelli di Fiona, la moglie di Shrek (ma senza quel simpatico colorito verde, per fortuna).

Quando deve alzarsi dal letto o dal divano sembra Gregor Samsa (questa la capisce solo chi ha letto La Metamorfosi del mio amato Kafka).

Quando deve salire le scale sembra un alpinista che sta scalando il K2 dopo che ha passato la notte a scongelarsi i testicoli.

Quando deve infilarsi le scarpe ha la stessa grazia di un pellicano rimasto invischiato in una marea nera di petrolio. 

Per non parlare poi di tutte le privazioni a cui va incontro chi è in "dolce attesa" (ma quale mente sadica e bacata ha partorito questa locuzione? è un'attesa che diventa estenuante, dolce come uno yogurt greco lasciato fuori al sole di questa estate infernale).

La verdura e la frutta devi lavarla così bene e con tanta meticolosità per il pericolo toxoplasmosi che fai prima a sgrezzare un diamante sudafricano  (il solo pronunciarla questa malattia mi fa uscire gli occhi dai bulbi) . Non puoi mangiare frutti di mare, non puoi mangiare svariati tipi di formaggio, non puoi prendere questo e non puoi assaggiare quello. 

E non puoi usare medicine, così quando arriva un'allergia di stagione, ti può prendere a cazzotti in faccia fino a farti somigliare (tra starnuti, muco, occhi arrossati) a un boxer che ha appena fatto il suo primo allenamento che si trova per sbaglio a salire sul ring con Mike Tyson. 

Insomma la natura non è stupida. Ti rende così insopportabile l'attesa (certo quella dolce) che ti dimentichi che sul traguardo ti aspetta il "mostro di fine livello" (questa la capiscono soltanto i giocatori di videogame, i nerd, i geek e quelli degli anni 80 che andavano a spendere tutti i soldi dei genitori in quelle sale giochi pieni di suoni orrendi e luci maniacali), cioè il parto, cioè quel simpatico momento in cui un essere umano con tanto di testa, spalle, braccia, gambe e piedi ti esce dal corpo, con la stessa dimestichezza con cui una palla da bowling si prende la briga di cercare un varco attraverso l'apertura di un portamonete!



martedì 28 aprile 2015

Oggi è il compleanno di tua madre, Frida

Cara Frida,
oggi voglio parlarti di tua madre. Oggi che compie 33 anni in questo che per lei è il suo ultimo compleanno da "non-mamma". 

Simona a Castell'arquato - 5 mese di gravidanza
Se tu potessi vederla adesso non ti accorgeresti nemmeno che ha te dentro di sé. Quando, come adesso, è seduta a leggere sul divano, fai fatica a capire che sia incinta. La gravidanza non l'ha sformata come succede a tante donne che finiscono per prendere la stazza di Ursula, la strega del mare della Sirenetta. La gravidanza ha arrotondato la sua pancia, ma per il resto sta passando su di lei come se fosse una brezza. 

Frida imparerai presto a capire che tua madre tiene al suo corpo. Ti dirà spesso che "da ragazza" era un talento della pallavolo. E imparerai da subito che niente può trattenerla dal far sport ogni giorno, dal macinare chilometri di corsa (o camminando, come adesso che non può farti ballonzolare troppo nel tuo sonnolento liquido amniotico) mentre ascolta decine di canzoni col suo inseparabile Spotify o dal sollevare chili di peso in palestra, orgogliosa dei suoi squat come Tony Stark della sua armatura di Iron Man. 

Tua mamma è bella Frida, ma non lo dico perché sono innamorato di lei da quando la prima volta l'ho vista recitare in un piccolo film girato da un mio amico. Certo gli occhi innamorati sono come lenti deformanti che trasformano in gloria anche un "sanitario". Ma Simona è di una tale bellezza che nessuno può dire il contrario. Rapisce ogni sguardo, anche quello femminile. E lo fa con naturalezza, senza ostentazione, senza arroganza, senza imposizione. Tu la guardi e ti sembra che la sua avvenenza fisica sia lo specchio preciso di uno splendore interiore, come se corpo e anima fossero le due (belle) facce di una stessa preziosa moneta. Una di quelle monete che tutti vogliono avere in tasca, perché portano fortuna.

Cara Frida, però, non farti ingannare dal suo aspetto dolce e immacolato. Tua mamma sa imporsi e sa ruggire. E non sarà facile spuntarla con lei. Quando è concentrata sul lavoro è come se fosse un orso in una caverna. Avvicinarsi rischia di lasciarti con delle ferite. Meglio pascolare placidamente intorno all'entrata e attendere che esca lei da quell'antro. Credimi. Ne ho esperienza.

Vi guardo e siete tutt'uno, adesso. Lei è tutta intorno a te ora. Ti contiene. Siete il sovvertimento di una matematica: l'uno più uno che dà come risultato non due, ma Uno. In fondo l'amore è questo: la messa al bando della logica, anche quella matematica. 

Piccola Frida, che ti appresti a venire al Mondo lacerando il muro d'ombra dietro al quali danzi  lenta e incosciente, ancora un po' e avrai la fortuna di conoscere tua madre. Conoscerai il calore dei suoi abbracci. La carezza piena delle sue mani. Il vento fresco del suo sguardo. Conoscerai il sapore del suo latte e presto capirai perché lei è per me quello che sono la pioggia e il sole per i campi.

Frida porta per favore a tua madre, dal di dentro, queste parole. E dille che l'amo. 











giovedì 23 aprile 2015

Alle porte del settimo mese - la querencia

25 settimane e 4 giorni. Altri pochi giorni e Simona entra nel settimo mese. Mi piace questo concetto di entrare nel tempo. Mi fa pensare a un gioco d'avventura. A un castello con nove porte, varcata ognuna delle quali ci si ritrova in uno spazio diverso, in un Mondo nuovo, colorato di scoperte inedite  e frusciante di pericoli inaspettati o di stupori non immaginabili.

Cinzia Benigni, Tauromachia, 2013, acquatinta e acquaforte su carta rosaspina, 15 x 20 cm

Ieri sera ho visto la pancia di Simona muoversi "da sola" per la prima volta. Ormai la sento quotidianamente, la bimba, mandare i suoi segnali dalla sua esistenza buia e solitaria nelle placide acque di "Lago Placenta", ma mai avevo visto la rotondità di mia moglie deformarsi e scuotersi come se si formasse una perturbazione interiore. Ecco una di quelle scoperte dietro la porta del Sesto Mese che ormai si sta chiudendo. Ancora quattro giorni e questa stanza sarà relegata al tempo del ricordo, murata per sempre, come succede inevitabilmente al "tempo passato". E senza scricchiolii si entrerà in uno spazio nuovo.

Se dovessi scrivere un diario del sesto mese partirei dal titolo che contiene il senso di tutto: "una silenziosa consapevolezza". La sua pancia cresce, ma senza esplodere. Le analisi sono buone. La dottoressa si complimenta con mia moglie per la sua forma fisica. Si complimenta con me perché mi vede "presente" e consapevole (essere consapevole, se andiamo alla radice etimologica, può legarsi al concetto di "prendere coscienza di un sapore". Ecco per me voglio che significhi questo: sto prendendo gusto a Frida!). I parenti fanno meno domande. Gli amici hanno superato lo shock. Ora si aspetta al riparo.

Chi conosce bene la tauromachia, cioè quell'assurdo "spettacolo" in cui gli uomini combattono con i tori (la corrida),  sa cosa significa la parola querencia. Si usa per indicare la zona in cui, nella spaventosa e tragica confusione dell'arena, il toro va a rifugiarsi per stare al sicuro. Lì non può essere attaccato, lì può attendere per accumulare o recuperare le energie prima di tuffarsi di nuovo nel gioco, per lui, spesso mortale. 

Io mi sento lì in questo momento: nella querencia . So che quando Frida nascerà dovrò affrontare "la battaglia", sarò nudo e senza protezione di fronte al fatto acquisito di una rivoluzione nella mia esistenza. Sarò lì nell'arena di una nuova vita, con qualche occhio dagli spalti puntato su di me, ma soprattuto con gli occhi della mia bambina ben piantati su di me. 

È così che mi sento adesso, alla vigilia del settimo mese. Sento di essere in quel luogo ideale dove arrivano solo ovattati i suoni di quello che sarà. Dove l'odore del nuovo si sente nell'aria e fa fremere le mie narici attente. Dove raccogliere tutte le energie possibili prima di uscire allo scoperto con un grido di felice liberazione e la paura sublime per la sfida che mi attende. 



sabato 28 marzo 2015

Horror Parto

Se io dovessi dare un consiglio, uno solo, a una donna in procinto di partorire per la prima volta sarebbe questo: “Non chiedere come sarà il parto a una donna che l’ha già fatto”. 

Perché? Perché i racconti di chi ha partorito spaventerebbero anche un duro come Chuck Norris. Nei racconti di chi ha già messo al Mondo un figlio ci sono tutti gli elementi del pulp-horror: sofferenze indicibili, sangue, cordoni soffocanti, profusione di liquidi e dolore. Ancora dolore e tanto dolore. 

Illustrazione di Mary Clark Ladd 

La scena è sempre la stessa e si ripete (da un punto di vista narrativo) con rassicurante schematicità. Come se un autore dalla vena caustica avesse scritto una sceneggiatura terrificante e spassosa allo stesso tempo, che tutte le ex-partorienti hanno imparato a memoria. Le uniche variabili hanno a che fare con i dettagli del parto.

Ecco la sequenza.

Incontri per caso la mamma che apprende la notizia. Subito la vedi indossare il suo sorriso più smagliante. È felice per te, ti dice che è la cosa più bella che possa capitarti, che è lo sconquasso sublime della tua vita. 

Simona si passa le mani sulla pancia che ormai è cresciuta e, pur senza essere grossa come un pallone ad elio che non vuole alzarsi da terra, ha tutta la dignità di “pancia da gravidanza” (fino a poco fa potevi scambiarla per lo stomaco gonfio di una alcolizzata dedita a serate di birra e vino). Poi dice con la voce rotta da un autentico e sottile terrore, con quel tono di chi non vuole altro che essere rassicurata: “Ho solo paura per il parto”.

Qui il volto della mamma subisce una lieve mutazione. Quasi impercettibile, ma se osservi con attenzione te ne accorgi. Le labbra hanno sempre la forma di un sorriso, ma diventa più stirato, come incrinato da una certa perfidia. Negli occhi brilla la luce di un ricordo e l’espressione si colora di quelle sfumature che hanno i saggi quando raccontano di esperienze che serviranno al progresso dell’umanità.

Comincia sempre così: “Ma no Simona non devi preoccuparti. Figurati”. 
Pausa. 
Simona fa l’errore di chiedere: “ a te come è andata?”. 
Improvvisamente la mamma diventa un narratore. Anche chi non si è mai presa la briga di raccontare una storia al proprio figlio la notte prima di addormentarsi, ora tira fuori una vena da scrittore da fare invidia a Stephen King e John Grisham. 

Qui vanno in scena le variazioni sul tema:

“Guarda per me è stato terribile. Ho avuto 11 ore di travaglio” (giuro non sto esagerando, una ragazza ha detto questo e io c’ero). Vedo la faccia di Simona trascolorare. Mi guarda come a dire: “perché non lo fai tu il bambino?” e sento la stretta della sua mano che si fa più tesa nella mia. E poi il racconto va avanti con dettagli raccapriccianti di dolori inauditi. Ma tutto raccontato con simpatia, con divertimento, con quel sano eroismo che contraddistingue una madre-coraggio.

Un’altra ci ha raccontato del proprio figlio che stava per essere strangolato dal proprio cordone ombelicale. “Aveva il colore di quella sciarpa lì la sua faccia” indicando un capo d’abbigliamento viola scuro. 

Un’altra le ha narrato del proprio figlio che stava per morire soffocato nella sua placenta perché non so come era fuoriuscito “quasi tutto il liquido” e non aveva più di che respirare.

Un’altra ha detto “hai presente il dolore delle coliche, moltiplicalo per 10”. (io quel dolore una volta l’ho provato e se lo divido per due pure mi sembra insopportabile!)

Un’altra ancora ha avuto il problema che la bambina era così grande (alla fine pesava 5.3 kg) che dopo tutto il travaglio in cui questo ibrido tra “essere umano” e “essere manzo” non voleva saperne di uscire da una fessura troppo piccola per la sua stazza, ha dovuto ricorrere al cesareo.

Un’altra ancora ha confessato di aver partorito strillando e scalciando.

Il parto è il vero spauracchio di ogni donna incinta. Almeno così credo, non ho una statistica precisa, ma per esperienza diretta lo sono quasi certo. 

Così come è sicuro che qualcosa di provvidenziale nella memoria di una donna aiuta a cancellare il suo ricordo traumatico, altrimenti ci sarebbero solo figli unici. Anzi chi è già alla seconda gravidanza (e a maggior ragione per quelle eroine folli che arrivano anche alla terza - lasciamo stare quelle dalle 4 in su: qui si parla di abominio) vive con più rilassatezza il momento del "delivery" (per dirla all'inglese, termine che mi piace molto). 

Certo già sanno a cosa vanno incontro, direte voi. Ma se a me dovessero dire: "tu hai già avuto una colica, quindi sarai più rilassato alla seconda", io guarderai questo mentecatto con occhi pietosi e increduli. 

La verità, in sintesi, è che non ho consigli da dare in quanto maschio (e quindi gioioso invertebrato che godrà della nascita della sua figlia senza il travaglio del momento) se non quello riportato all'inizio: se una donna volesse raccontarvi il suo parto, mettetela a tacere! In tutti i modi possibili. Violenza compresa. 

mercoledì 25 marzo 2015

La morfologica, il sonno dei non nati

Il processo di avvicinamento al più naturale dei “fatti” umani (la nascita di un bambino) è scandito da uno sconcertante percorso a tappe “tecnologiche” segnato da nomi degni di una storia intergalattica o fantascientifica. 

Gli esami hanno titoli suggestivi che farebbero godere un nerd amante di sci-fi:  Ecografia transvaginale, Translucenza nucale (sembra una delle armi che il vecchio robot Goldrake annuncia prima di lanciarle contro gli avversari: alabarda spaziale, lame rotanti… translucenza nucale - e invece è solo un tipo di ecografia che si effettua su un tratto della nuca del feto per scongiurare certi tipi di malformazioni), Amniocentesi, Dual Test e la famosa MORFOLOGICA.

Il 17 marzo è il giorno fatidico per questa ulteriore e importante indagine dello sviluppo della gravidanza. La morfologica, appunto. È da poco passata l’ora di pranzo. Io sento sulle palpebre il richiamo suadente del sonno, combattuto dalla tensione emotiva dovuta alla consapevolezza che tra poco vedrò Frida in uno schermo, un po’ più cresciuta e addirittura in 3d. L’ecografia morfologica serve proprio a controllare che tutto si stia formando come si deve: arti, colonna vertebrale, cranio, cervello e tutto il ripieno umano (reni, fegato, stomaco eccetera eccetera).

Ci accomodiamo in una saletta calda e in penombra. C’è anche un piccolo divanetto di fronte al letto serissimo dove si va a stendere Simona. Il ginecologo deve ancora arrivare, ma io Simona e Angela (sua madre) già parliamo sottovoce e per bisbigli, come se le parole fossero vietate, come se lo spettacolo fosse già cominciato, come se stessimo complottando per un attacco terroristico.

Arriva il dottore (Giuseppe Capece) in un immacolato camice bianco. È lo stesso dell’amniocentesi. Alto, barba incolta, bel portamento, sguardo ironico e voce con bassi pronunciati: sembra un attore di teatro impegnato, più che un indagatore di placente. Spegne altre luci e ora siamo al buio, c’è solo un piccolo caldo fascio luminoso sul centro della scena: Simona a pancia a scoperta e il medico che con la sua sonda bussa a casa Frida. 

Io e Angela sul divanetto siamo pronti a individuare sullo schermo di fronte a noi le immagini della piccola, inconsapevolmente a bagno nella sua culla di liquido amniotico. È come essere in una sala cinematografica o in platea davanti a un palco.

La prima inquadratura (che a me sembra un quadro astratto di un pittore senza talento o una delle macchie del test di Rorschach) fa esclamare al dottore divertito: “Se il buongiorno si vede dal mattino, il padre dovrebbe cominciare a preoccuparsi di questa ragazzina”. Praticamente nella primissima immagine che (solo lui) vede c’è Frida a cosce aperte che piazza i suoi organi genitali in faccia allo spettatore. Io sorrido divertito, questa bambina già mi è simpatica.

Poi la “sceneggiatura” di questo film rallenta, si fa più noiosa. Il dottore mostra i reni (due puntini neri) e altra “roba” importante, ma che per me è un pout-purri di macchie indistinte interessanti come un film russo di tre ore che racconta la storia di un senzatetto che pesca rane e girini. E va avanti per diversi minuti.

Poi improvvisamente dopo un quarto d’ora ho un sussulto di attenzione: si vedono i piedini, le mani e le braccia che lei tiene davanti la faccia e dietro la nuca. Come se si volesse proteggere. E ci credo bene: immaginate voi a letto a riposare tranquilli, quando all'improvviso arriva un occhio gigante che si apre nella stanza e, per giunta, "qualcosa" che vi dà dei colpetti per spingervi a voltarvi da un altro lato così da osservarvi meglio! 

Il clou però si raggiunge quando capita sullo schermo la sua faccia. È il momento di passare al 3D. Frida si rivela. Angela, mia suocera, la trova bellissima e non può trattenersi dal dirlo. Simona sembra visibilmente emozionata. Io la guardo con sconcerto. Certo c’è l’emozione di vederla “per la prima volta” in una immagine più realistica rispetto al fantasmatico ed evanescente bianco&nero delle precedenti ecografie che la facevano somigliare più a una nuvola galleggiante che a un essere umano vero e proprio. Però questa Frida post-embrionale e in formazione vista così non mi fa venire certo in mente l’aggettivo: bella. È  semplicemente il ritratto di quello che deve essere in questo momento: una piccola forma di vita dall’aspetto incompiuto. 

Prima foto di Frida dentro la pancia - 20ma settimana 

Siamo al 22° minuto di ecografia. Dopo questi pochi secondi di emozione si ritorna all’esplorazione noiosissima (ma non discuto l’importanza) con tanto di misure, di fermi immagine e di indagini accurate su forme evanescenti:

Dottore: “guardate qui: questo è il palato superiore”
Io mi sforzo di individuarlo, ma non vedo nulla. “Dov’è?”
Dottore: “è qui, eccolo… è chiaro non è quello molle, ma il palato duro”
Io: “Ah ecco”. 

Penso: ma dov’è ‘sto palato? e poi che significa che è duro? che differenza c’è tra i due? Il mio è “ah ecco” lo pronuncio solo per rompere il mutismo da cui sembro affetto da svariati minuti e per mostrare un interesse che in questo momento è assente, tanto quando il palato molle!

Piano piano quelle immagini liquide, il silenzio della stanza (rotto solo di tanto in tanto dal dottore che fa complimenti a Simona per la sua forma fisica - ne ha viste di “balene spiaggiate” su quel tavolo, donne che con la scusa della gravidanza si rimpinzano fino a diventare Jabba the Hutt di Star Wars [vedi foto]- e per gli addominali troppo sviluppati di mia moglie che non ha smesso un attimo in questi mesi di andare in palestra e camminare per chilometri), la semioscurità da sala cinematografica, la noia delle misurazioni accurate mi precipitano in un sonno avvolgente. Mi addormento sul divanetto. Non è onorevole dirlo, ma è la sacrosanta verità. 

Jabba The Hutt
Dormire all’ecografia morfologica della figlia: c’è qualcosa di degenerato in tutto questo. Comunque Simona se ne accorge e chiede alla madre di colpirmi con una gomitata per farmi destare, ma io ho già gli occhi aperti ed evito il colpo. Sono di nuovo presente anche se sogno di tuffarmi nella placenta accanto a Frida e dormire con lei il sonno dei “non nati”.

P.s. per la cronaca l’esame è andato bene e la piccola continua a crescere. 
P.p.s. il dottore ha pregato Simona di smetterla con gli squat e altri esercizi da palestra se vuole che Frida esca senza penare per superare il muro di muscoli che ha creato nella sua vita di sportiva





sabato 21 marzo 2015

Stanotte ho saputo che c'eri

Ricordo una frase di un libro di straziante bellezza (“Lettera a un bambino mai nato”) in cui Oriana Fallaci scrive: “ Stanotte ho saputo che c'eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d'un tratto, in quel buio, s'è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri”.

Ci ho pensato ieri notte quando in questo letto estraneo, sopra il silenzio orizzontale di Piazza Cavalli a Piacenza, Simona mi ha chiesto: “Si muove Frida, vuoi provare a sentirla?”. Non ha nemmeno finito la frase che la mia mano, come una sonda spaziale in cerca di acqua su Marte, era già sulla superficie liscia, tesa e tonda della sua pancia. 

21ma settimana di gravidanza
21ma settimana - Piacenza

Una pancia che cresce come della pasta che lievita pacifica nel canovaccio durante la notte. Una pancia che è un corpo amplificato, una dilatazione ripiena di mistero. 

Simona guida la mia mano, la tiene come si tiene uno strumento altrimenti goffo e inutilizzabile. La sposta sopra questo “Mondo” di cui ignoro i segnali interni e di cui lei invece conosce tutti i fiumi che scorrono dentro, il paesaggio nascosto, la geografia dei palpiti, i piccoli maremoti vitali. Io sembro un cieco che si muove lungo un muro in cerca di qualcosa che gli indichi la strada. Un appiglio, un'escrescenza, una crepa familiare, un ciuffo d'erba soffice al tatto.

Faccio silenzio, cerco di non respirare, per non confondere il battito del mio cuore dentro la mia mano con un banale (ma quanto importante) calcetto della nostra bimba in costruzione. 

Lei mi chiede: “La senti?”
Io non mento: “No”

Allora lei continua a far muovere la mia sonda-mano sulla crosta morbidissima del pianeta Frida. "Per chi ha paura tutto fruscia", scriveva Seneca. Ma anche per chi desidera. Poi improvvisamente sento sotto la mia mano un colpetto secco e distinto. Quasi mi pare di percepirne anche il suono. Resto silenzioso, non voglio sprecare l’attimo. Simona mi chiede speranzosa se questa volta il “sordo ha sentito” (non dice queste parole, ma è così che mi sento: inabile a "sentire"). La domanda rinforza la mia certezza. Allora quel colpetto era Lei.

Stanotte ho saputo che c’eri. Perché quando la vedo nell’ecografia, a me fa l’effetto di un fantasma lontano, simpatico, ma inesistente. Un’immagine mediata dal video, come quando vedi un luogo che ami in tv e hai solo una vaga emozione, una traccia sbiadita delle sensazioni che quel posto ti ha dato dal vivo. E anche se la ginecologa ti regalo il battito del suo cuore non puoi provare l’esplosione emotiva della sua esistenza, se non sei tu a caricare di significato quel tamburo veloce dal timbro un po’ metallico che forma una frequenza d'onda sinonimo di vita.  

Invece il piccolo attrito del suo corpo minuscolo contro la pelle matura della tua mano è un certificato di esistenza inequivocabile. Un lampo di certezza che ha illuminato la bruna notte piacentina. Ciao Frida, benvenuta nei miei sensi.