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giovedì 27 agosto 2015

Un figlio cambia la vita?

Oggi Frida compie un mese. 

Le date per noi esseri umani hanno un valore trascendentale. Le ricorrenze vanno segnate, celebrate, festeggiate, nominate, fotografate, incasellate. Alla resa dei conti il TEMPO se ne frega di queste nostre psicosi numeriche, ma siamo esseri umani: in qualche modo dobbiamo crearci l'illusione di poter "controllare" il più incontrollabile degli elementi della nostra esistenza. Il Tempo, appunto.

Ma non è di questo che voglio parlare in questo pezzo di blog. Ho intenzione di affrontare, alla distanza simbolica di un mese appunto, quello che è la frase-monito più ricorrente al momento della tua decisione di avere un figlio, quando comunichi al Mondo che avrai un figlio, quando avverti tutti che hai avuto un figlio, quando presenti in "società" un figlio. Il monito è:

ADESSO LA TUA VITA CAMBIERÀ (pezzo di pianoforte enfatico e lugubre, beethoveniano. Lampi e tuoni. Risata mefistofelica in filigrana). 

Frida 18 agosto

Ora provate a chiedermi: Manlio ma la tua vita è cambiata, vero?
Io vi rispondo senza pensarci due volte: No, non è cambiata.

E non lo dico per spirito di contraddizione, né per inclinazione naturale a provocare. È proprio che non trovo gli elementi che mi segnalino con precisione un "turning point" concreto, visibile, preciso. 

Volete la verità più cruda: me l'ha cambiata più il mio border Elrond la vita in quell'ormai lontano (purtroppo) 27 dicembre 2009, quando è entrato in casa nostra con quell'espressione timida e l'andatura frastornata (di lì a poco si sarebbe trasformato in uno dei setti demoni dell'apocalisse). 

Ecco le prove. Per Elrond ho dovuto cambiare prima l'auto. La mia bella New Beetle Cabrio Volkswagen era troppo stretta per il trasportino, troppo scomodo per il tettuccio apribile, troppo vomitofila (sì ormai il mio cucciolo rigettava con fiotti alla "esorcista" al solo vederne le chiavi). Ed ecco che arriva una squallidissima Megane Scenic color Ratatouille  metallizzato. Dopo un po' ho dovuto rinunciare al mio appartamento molto "fancy" al centro di Salerno per una casa in paese. Non era più sopportabile farsi una montagna di scale senza ascensore per andare in luoghi senza verde e senza speranza. 

L'arrivo di Frida non ha comportato smottamenti del genere. Certo ho cambiato casa, spostandomi in una bella villetta con giardino, ma l'avrei fatto a prescindere. Anche perché il giardino è essenzialmente appannaggio di Elrond. 

Questo per parlare di "cose". Di "materia". Ma quello che Elrond ha portato nella mia vita è stato un cambiamento radicale nel vedere il Mondo. Questa è un'altra storia, ma se adesso ho un rapporto così viscerale con la Natura e so riconoscere con certezza e al volo un Callistemon, un Ornello, un Faggio, un Ontano e così via, lo devo esclusivamente all'entrata nella mia vita di un cane splendido come il mio border. E così il rispetto per gli animali e per la singola vita di ogni essere vivente (ad esclusione degli insetti che continuo a trucidare senza pietà se appartenente alle luride specie che detesto: scarafaggi e affini o zanzare e derivati. sono uno specista? sì e con orgoglio. a differenza di coloro che mettono le mani avanti dicendo: "non sono razzista". per poi dire: "però i "neri" non li sopporto"). 

Frida 16 agosto
L'arrivo di Frida nei miei giorni, come scrivevo in un altro pezzo del blog, è per me un'amplificazione non una rivoluzione della mia esistenza. Sempre per restare nella "quantificazione" dei fatti: lei non mi ha tolto la possibilità di uscire la sera. Io non esco da anni, non ho mai amato l'uscita da fermo (cioè se sono in viaggio niente mi può costringere a restare chiuso in camera. Voglio vedere il mondo, ma se devo fare le "vasche" in giro per i posti che conosco da una vita, allora preferisco l'acquario della mia casa). 

Frida non mi ha privato della possibilità di leggere. Anzi ad agosto mi sono scolato 3 libri e il quarto lo sto leggendo in questi giorni, spesso con lei che dorme accanto a me o dentro il mio abbraccio. Vedo film come prima. Prendo il sole in giardino. Incontro gli amici. Vado a correre con Elrond allo stadio al mattino e gioco con lui a calcio nel tardo pomeriggio. Elaboro le mie ricette di cucina (marmellate e creme di nocciola su tutto). E così via. Tutto senza variazioni apprezzabili. 

E soprattutto dormo. Dormo la notte come prima. E anche se non dovessi farlo non è un cruccio. Ho sempre trovato il sonno una incombenza di cattivo gusto: necessaria, ma noiosa. 

Certo già sento le obiezioni:

1. Quelle dei profeti di sventura: "è ancora presto, poi vedrai"
2. Quelle dei filosofi speleologi: "il cambiamento è in te. Nel profondo"
3. Quelle dei mistici: "Sei già cambiato e non te ne rendi conto"
4. Quelle alla Winky Wonka (il direttore della Fabbrica di Cioccolato): "Ti sei già squagliato con tua figlia"
5. Quelle dei silenziosi moralizzatori:  (silenzio, ma con sguardo severo)

Non voglio dire che l'arrivo di un figlio o di una figlia sia un sorso di acqua fresca. Non è un alito di vento che appena avverti in casa. L'impatto emotivo è altissimo, ma io per natura tendo a non drammatizzare nulla. 

Noi cambiamo di continuo. Come con costanza cambia la nostra vita. Gli aforismi si sprecano. Da quello di Ludwig Börne: "Niente è duraturo come il cambiamento" al quello bellissimo del Buddha: "“Tutto cambia, nulla resta senza cambiamento”. Ma senza scomodare pensatori e frasi celebri tutti noi sappiamo che qualsiasi cosa ci accada di minimamente straordinario finisce col "cambiarci la vita". Allora perché stare a sottolineare di continuo che "proprio" diventare genitori ti cambia la vita. È una ridondanza. Una esasperazione. Si è sempre detto così e si continua a dirlo perché è naturale dirlo. C'è troppa enfasi rispetto all'arrivo di un figlio. C'è troppo fermento emotivo. C'è troppo "luogo comune". 

E invece non c'è luogo così fuori dal comune che la relazione unica e senza stereotipi con la propria figlia. O il proprio figlio. Io amo Frida, non mi sciolgo per lei. Non perdo la testa, ma ritrovo parti di me che non conoscevo. Questo è tutto. E forse non è poco. 

P.s. giuro solennemente che non dirò mai a un neo-papà : "tuo figlio (tua figlia) ti cambierà la vita". Al limite gli dirò: te la divarica l'esistenza, te la esalta, te la insaporisce. 










giovedì 6 agosto 2015

Il Cielo Dentro : il motivo per cui avere un figlio

Frida mi ha piantato il Cielo dentro.

Un cielo che si espande. Che si srotola su ogni altro pensiero, che dilaga sulle zone prima oscure, che si posa sul rumore di fondo della vita che passa.

Questa mattina ho voluto tenerla in braccio e godermela. Stringerla tra le mani è come sentire sulla pelle l'impasto molle, caldo e fragrante di un pane buono. Uno di quei pani il cui profumo sembra distillato dalla Natura stessa.

Io e Frida - 6 agosto

Ora finalmente comincio a capire il motivo per cui mettere al mondo un figlio è necessario.

Dimenticatevi delle banalità che impestano i discorsi di chi vuole convincervi che bisogna farlo. Ne elenco cinque che nel corso degli anni non hanno fatto altro che rafforzare il mio desiderio di non procreare:

1) Motivo Di Necessità Imperscrutabile: Devi fare un bambino perché un bambino ci vuole
2) Motivo di Eredità Impellente: Per tramandare i tuoi geni
3) Motivo di Sdolcinato Esistenzialismo: Perché è la Vita che te lo chiede
4) Motivo di Estetica Immotivata: Perché è troppo bello avere figli
5) Motivo di Lotta Continua: Perché così la tua esistenza si rivoluziona

Questa mattina, come dicevo, sono rimasto folgorato e ho capito.

Mentre era tra le mie braccia, Frida - silenziosa - mi guarda. I suoi occhi hanno la profondità e la lontananza delle galassie. sono puntati nei miei e per la prima volta ho l'impressione che mi "guardi" davvero, che i suoi pianeti e le sue stelle entrino in collisione con i miei. Mentre placidamente precipitava nel sonno ho capito che l'Amore può avere sentieri nascosti dietro accessi altrimenti invisibili.

Ho capito che Frida ha portato nei miei giorni la Poesia.  Quella dei pensieri che hanno forma di fiori. Quella dei sogni che abitano gli alberi. Che fa muovere gli steli d'erba al ritmo di un respiro. Un neonato ha questo potere se sai ascoltare la "sua canzone che fa danzare le statue, la sua magia che brucia la pesantezza delle parole, che risveglia le emozioni e dà colori nuovi" (Alda Merini).

Avere un figlio non ha niente a che fare con il piantare il seme dell'immortalità. Almeno per me che non credo in nulla dopo la vita. Avere un figlio non risponde a nessun motivo di "senso". Non ha un nuovo significato per me la mia esistenza. Sono così presuntuoso da credere che prima di Frida non ho abitato per 41 anni il nonsenso. Avere un figlio (una figlia nello specifico che mi riguarda) è "semplicemente" un'amplificazione, come se su quella mappa che disegna le coordinate di chi sei, improvvisamente, fossero comparsi nuovi continenti, terre magnifiche (e anche un po' spaventose, perché no), oceani dai nomi inediti.  Questa per me è la magia di Frida. 

Forse oggi mi è chiaro anche il motivo per cui ho deciso di tenere questo diario in forma di blog. Perché i secondi, i minuti, le ore. Scivolano attraverso le dita dei giorni come farina setacciata e rischi di perdere il sapore degli istanti e di quello che provi. 

Scrivere per me è un modo di scolpire nella pietra le sensazioni. Farle restare per sempre, mentre le onde del tempo si abbattono su tutto con furia distruttrice. Un giorno mi alzerò e mi accorgerò che Frida è grande, adulta, già in allontanamento come un satellite che ha trovato una nuova orbita. Ne sarò felice, ma non voglio che arrivi quel momento fidandomi solo di una memoria strappata e logora. Voglio che ogni mia sensazione sia come un castello su un roccia, al riparo dalla marea dell'oblio. 








mercoledì 29 luglio 2015

Il giorno in cui è nata mia figlia

Frida c'è. 
Dopo averla immaginata, sognata, intuita è venuta alla luce (elettrica) di una sala parto alle 15:17 di un lunedì di fine luglio.

Frida all'età di 3 ore
Tutti si sono sorpresi per l'eleganza della sua puntualità. Perché il gesto della nascita è arrivato con esattezza di sceneggiatura il giorno dopo la chiusura del grande delirio del festival di Giffoni, dove Simona e, soprattutto, io eravamo impegnati fino al collo. Se fosse nata solo un giorno prima sarebbe stata, non dico una catastrofe, ma certamente una bella "gatta da pelare".

Quello che invece ha colpito me è stata la violenza e la bellezza del parto. E della sua preparazione. La formazione esistenziale di un essere umano di sesso maschile non si può dire completa se non ha vissuto un'esperienza intensa come questa. Come osservatore, s'intende.

La venuta al Mondo di un bambino, quando non asetticamente "composta" a tavolino con il taglio cesareo, è una lotta di corpi. È una coreografia di dolori e di emozioni in cui la Madre e la Figlia (o il figlio) recitano le uniche parti che contano. 

La locuzione "parto naturale" evoca in tutti la limpidezza, la semplicità, la scorrevolezza di qualcosa che funziona quasi in automatico. Invece la parola "naturale" alla fine della giornata si rivela per quello che è: la definizione di qualcosa di drammatico, di aggressivo, finanche di "infernale". 
Infernale come solo la Natura sa essere.

Si comincia con il travaglio. Io sono vicino a Simona. Le tengo la mano mentre le onde di dolore montano in lei, monitorate dal "tracciato" di un macchina che ne segue l'evoluzione. Presto i numeri sul piccolo monitor senza fronzoli mi diventano familiari. E quando una certa cifra aumenta sul cardiotocografo (in particolare presto i miei occhi si focalizzano sul valore "toco" che evidentemente misura il picco della contrazione uterina) vedo sul volto di Simona comparire lo strazio.

Col passare dei minuti, delle mezzore, delle ore (ma non tante) il dolore la fa prigioniera. Il suo sguardo si allontana sempre di più, come se fosse ormai concentrato su una zona distante che solo lei può vedere. Il dolore può stordire e quello del travaglio è come uno stupefacente che ti scolla dalla realtà e ti porta in una dimensione in cui, immagino, tutto si distorce in una prospettiva personale. 

Imparo un altro termine che si rivela sempre più luminoso. Come un'insegna che inizialmente ti è estranea, ma poi capisci che è l'unica che ti porterà a destinazione. Il termine in questione è "dilatazione". Qui si parla in centimetri. Maria la dolce ostetrica, giovane e dal volto rassicurante, che a guardarla sembra più una ricercatrice universitaria (precaria) di filosofia che una infermiera specializzata in far nascere bambini, ci fa sapere che la dilatazione della vagina va alla grande. È passata dall'un centimetro delle 10 del mattino ai 4 cm alle 12:30. "siamo a metà strada" ci dice sussurrando e palesemente soddisfatta. "Metà strada", penso io terrificato, guardando la smorfia dolente che è la maschera piazzata salda sul volto di Simona.

Quando la dilatazione è completa mancheranno dieci minuti alle 15. Mi avvio in sala parto. Non si potrebbe entrare, ma mi danno un permesso speciale. Non voglio perdermi questi momenti in cui la lotta si fa più dura, in cui la vita reclama gridando un nuovo posto in mezzo a noi. 

Nei film le sale parto sono piene di macchinari e di colori, il trionfo dell'asettico scintillio del dispositivo elettronico. Nella realtà, quella dove di lì a poco nascerà Frida, è una stanza sì piena di apparecchi dall'aspetto medico, ma questi hanno tutta l'aria di residuati malconci e antiquati, che stanno lì come come pezzi di scenografia da una scena girata in precedenza e non ancora sbaraccati.

In fin dei conti per partorire occorre l'essenziale: un lettino con supporti per le cosce, una lampada che fa luce come i fari del San Siro, un'ostetrica che conduce le manovre davanti alla povera donna divaricata e sudata, il medico che impartisce ordini soavi e si prodiga in consigli che non credo vengano recepiti del tutto e, al limite, un'assistente navigata, svelta ed emozionata per il parto come uno spettatore che vede per la 170ma volta lo stesso film. Addirittura per sentire il battito si ricorre ancora a un aggeggio di legno (vedi foto sotto) che sembra un calice flute dove sorseggiare del "latte spumante" (non esiste, ma sarebbe bello berlo).

Stetoscopio Pinard

Gli ultimi dieci minuti prima dell'uscita di Frida rispettano il classico crescendo (leggasi "climax") di ogni buona storia che si rispetti. Il dolore incalza e deforma in smorfie sataniche il volto di Simona. Le sue mani si tengono sempre più strette alle staffe. I capelli sono zuppi e gli sbuffi della respirazione sono sincopati e bollenti. Io le faccio sentire che ci sono. L'emozione cresce in me, ma non sovrasta il senso cinematografico del momento. Sono concentrato sui dettagli, sono entusiasta di star assistendo a quella esplosione esistenziale che è la nascita.

L'ostetrica mi dice di spostarmi avanti. Si intravedono i capelli di Frida. La testa mi appare - attraverso la stretta feritoia del sesso di mia moglie - come un parallelepipedo piuttosto che come una sfera. Dicono a Simona di spingere con forza. Lei pensa di non farcela. Credo che tutte le madri del Mondo in questo momento hanno la sensazione di perdere le forze, di essere inadeguate fisicamente, di non riuscire a espellere questo "amatissimo nemico" in corpo (non esiste che  si può amare il proprio figlio nell'attimo in cui passa attraverso le tue viscere, nessuno mi convincerà del contrario).

Poi ecco la testa. Quante volte l'ho visto nei film questo momento? Eppure dal vivo è tutto un altro spettacolo. È come aver immaginato il mare per una vita, visto in foto, ripreso in video e poi improvvisamente, per la prima volta, ti ritrovi di fronte alla sua maestosa presenza con tutto il corteo di profumi, di suoni, di brezze alate.

Certo la nascita è molto meno poetica. Molto meno profumata. Molto meno pulita. Molto meno silenziosa.

Tagliano il cordone. Che ne film mi è sempre sembrato più stretto e più aggraziato. Frida piange. È il vagito primitivo che annuncia l'entrata in scena di un nuovo essere umano e della fine della nostra  (mia e di Simona) vecchia vita.

Io non piango, sono ancora stordito dalla bellezza del momento. Lei piange, invece, forse preoccupata dalla bruttezza del Mondo. E mentre la depositano nelle mie mani risuonano in me i versi di una poetessa che amo molto (Marina Cvetaeva):

Vieni vicino al mio petto,
più stretto:
nascere, piccolo, é cadere nel tempo.
Dal non-dove, non-terra,
così rovinosa discesa!
Da spirito in – polvere!
Piangi, bambino, per te, per tutti:
nascere – é cadere nel corpo!
Piangi, piccolo, per il futuro, e ancora:
nascere – é cadere nel giorno!

La tengo piano, impaurito per la fragilità di un essere appena coniato. Non penso che quella è mia figlia. Non penso che quel piccolo umano di tre chili e mezzo farà saltare ogni impalcatura della mia vita fino a quel momento. Non penso a quello che è, quello che è stato e a quello che verrà. Non penso a nulla, come se avessero staccato la corrente nel cervello.

La sua leggerezza nelle mie mani diventa la leggerezza improvvisa del Mondo. E io con lei cado nel tempo.