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domenica 30 agosto 2015

5 motivi per cui voglio una figlia bilingue

La mia prima mission (non così impossible) è fare di Frida di una bambina bilingue.

Devo darle questa chance, devo metterla in condizione di vivere un futuro che somigli a una stanza con tante porte e non a uno sgabuzzino dove l'unica uscita ha sopra una etichetta scritta in italiano. 

Mi sto documentando tantissimo, come è nel mio spirito e nella mia indole, sul come farlo al meglio. Sono approdato da poco a un libro che mi sembra formidabile THE BILINGUAL EDGE "(il vantaggio bilingue") il cui sottotitolo recita "Why, When, and How to teach your child a second language". Finalmente oggi mi è arrivato direttamente da Londra (e con mia grande sorpresa anche autografato dalle due autrici, docenti di linguistica alla Georgetown University: Kendall King e Alison MacKey).

27 agosto - "The Bilingual Edge" nelle mie mani 

Sento scorrere in me fiumi caldi di dopamina (conoscete no? il neurotrasmettitore che regola tra le altre cose il "piacere" e la ricerca del godimento), come ogni volta che intraprendo una nuova strada che mi stimola.

Ho tempo e voglio dedicarlo allo studio di un metodo efficace per trasferire a mia figlia quella lingua inglese che: (uno) mi piace da impazzire, (due) parlo e capisco ormai con discreto successo e (tre) è utile come avere due occhi in un mondo di mezzi orbi. O come avere un paio di extra-vite in un videogame prima di affrontare lo scontro finale con il Mostro dell'ultimo livello.  

Ma prima di inoltrarmi in un cammino che mi entusiasma e di cui voglio rendere partecipi tutti coloro che leggono questo blog, voglio anche capire per bene perché è importante dare questo "edge" ai propri figli.

Mi aiuto con quello che ho imparato da quelle che chiamerò confidenzialmente Kendy e Ally (le due PhD, professoresse autrici di questo bel libro). Ecco i cinque motivi per cui è CRUCIALE allevare figli bilingue.

1. Persone con una conoscenza avanzata di due o più lingue di solito sono più creative.

Diverse ricerche lo hanno provato ed ormai è scientificamente acclarato, ma io ne ho fatto esperienza sulla mia stessa pelle. Lavorando a Doha (in un ambiente di lavoro in cui linguisticamente parlando, mi sento come Pippo - l'amico di Topolino - ad un convegno di ingegneri aerospaziali)  mi sono reso conto di quanta creatività sgorghi in chi è bi o tri o quadrilingue (oddio questi sono mostri). Non solo, basti pensare ai tanti scrittori che hanno usato il loro bilinguismo a favore della loro ispirazione creativa (da Isabelle Allende a Emil Cioran, da Salman Rushdie a Yoko Tawada che a proposito del suo trilinguismo ha scritto: "Quando tu crei una connessione tra due parole che sono distanti enormemente, nella tua testa si produce una sorta di elettricità. C'è un flash di luce, una sensazione di pura meraviglia").

2. Conoscere due lingue dà ai bambini un vantaggio cognitivo

Come si misura questo vantaggio? per esempio con una consapevolezza metalinguistica più sofisticata rispetto a chi parla una sola lingua (e non parliamo poi di quei poveri innocenti massacrati da genitori che parlano solo in dialetto. Quelli per me sono sottosviluppati - parlo dei parenti - e quindi non li prendo nemmeno in considerazione). Questa consapevolezza altro non è che la sensibilità al fatto che il "linguaggio" è un sistema che può essere analizzato e con cui si può "giocare". Per esempio bambini che crescono nella culla di più lingue sanno apprezzare meglio battute, puns (cioè giochi di parole) e metafore. Un esempio concreto sono i miei grandi amici: i fratelli Guarino. Donato, Gerry e Tony. perfetti esempi di persone bilingue e grandi amanti del gioco di parole, immenso senso dell'umorismo ed estrema sensibilità alle articolazioni del linguaggio. 

Tra l'altro la consapevolezza metalinguistica crea vantaggi pratici scientificamente testati: ti rende più veloce nella capacità di leggere, nel memorizzare parole e apre la strada a una maggiore raffinatezza nel concepire una frase grazie a una migliore conoscenza dei sinonimi. 

3. I bilingue sono più focalizzati sugli obiettivi

Proprio in questi giorni, durante le mie sgroppate a cavallo di tanti siti e forum trovati online per accumulare conoscenze sull'argomento, leggevo di alcuni test in cui si prova decisamente che chi conosce due lingue "batte" i monolingua (sembra una tribù indios) in quegli esperimenti che richiedono di ignorare informazioni distraenti. In poche parole i bilingui sono più bravi nel focalizzarsi sugli obiettivi richiesti, eliminando i dettagli fuorvianti. 


4. Imparare un'altra lingua rafforza la comprensione interculturale

Tempi di sbarchi tragici e di immigrazione dolente. Tempi di spostamenti da un Paese all'altro. Di viaggi. Di incontro e scontro culturale. E credo conveniate con me: capire una cultura è difficile senza capirne il linguaggio. Anche in questo caso le ricerche parlano chiaro: quando i bambini imparano una seconda lingua è più probabile che sviluppino una attitudine positiva verso coloro che parlano quel linguaggio. Non solo: visto che noi facciamo esperienza del Mondo attraverso il linguaggio, conoscere un'altra lingua ci aiuta a capire che esistono altre prospettive su come si percepisce ciò che c'è intorno a noi. E quindi a rispettare punti di vista alternativi.

In poche parole imparare una lingua ti rende meno spaventoso il "diverso" e ti prepara ad essere un cittadino del Mondo più civile, rispettoso e comprensivo. E non è poco, perché questo impatta non solo su tuo figlio / tua figlia, ma idealmente sulla società stessa.

5. Il bilinguismo ti assicura, senza dubbio, un vantaggio formativo e nella carriera lavorativa

Non c'è nemmeno bisogno di commentare questo punto.


Ma per raggiungere tutto questo e far fruttare i 5 vantaggi non basta che nostra figlia sappia dire "hallo" e "good morning" e sia capace di contare fino a 10 in inglese (quante volte abbiamo sentito il genitore orgoglioso chiedere al suo bambino - che intanto ha i testicoli su una carriola per quanto si sono gonfiati a furia di sentirselo dire : "dai... fai sentire come sai contare fino a dieci. One, two...).

Perché il bilinguismo sia vero è necessario che il bambino abbia una avanzata competenza in due lingue. E questo non l'ottieni piazzandoli davanti alla tv dove i Teletubbies o Peppa Pig lo rincoglioniscono (seppur in inglese). Nè con una esposizione modesta alla lingua straniera: vedi mezz'ora di inglese in classe una volta a settimana (spesso con docenti che parlano la lingua anglosassone come io mi intendo di calcestruzzo)

In poche parole sarà un bell'impegno da condurre con applicazione scientifica. Ma io sono pronto e ne ho voglia. Nella prossima puntata con l'aiuto di Kendy e Ally cerchiamo di capire insieme i 10 miti da sfatare sull'insegnamento della seconda lingua. Sempre se vi interessa!






sabato 8 agosto 2015

Lettera a Frida Futura sulla lentezza

Ho voglia di scrivere direttamente a te Frida. Alla Frida Futura che tra qualche anno leggerà, mi auguro, queste parole. 

È da poco passata la mezzanotte. Una di quelle notti estive di melassa in cui restano impigliati i pensieri più vaporosi, i sogni spezzati e i ricordi che danzano su pavimenti caldi di musica. In casa il tessuto del silenzio è come una filigrana attraverso la quale puoi sentire scricchiolare le ossa del giorno che muore.

Dei cani lontani si chiamano nella loro lingua incomprensibile e qualche uccello notturno strepita lanciandosi all'attacco. Io ti guardo mentre dormi nella tua culla, facendo lo sforzo enorme di realizzare il fatto che sei mia figlia. La mia bambina. 

Frida - 7 agosto

Non è così facile fare spazio nel proprio cervello - che con il passare del tempo somiglia sempre più a quelle stanze intime un cui accatasti tanta roba raccolta nel tuo viaggio nella vita, cumuli di oggetti che per altri possono sembrare ciarpame, ma che invece ti definiscono con precisione inimmaginabile -  dicevo non è facile trovare un posto adeguato a un pensiero così grande. Così ingombrante. Ho vissuto la mia vita nella assoluta certezza di non volere figli. Ormai ero certo della mia proclamata antigenitorialità. 

E poi sei arrivata tu, con la tenacia di certi avventurieri che pur di esplorare un nuovo Mondo sarebbero pronti a lacerarsi le carni  e ad affrontare tutti i venti contrari.

Nove mesi non sono bastati a fare pulizia in quella stanza della mia testa. 41 anni di accumulo hanno reso quel posto come uno sgabuzzino. Ma negli ultimi undici giorni, da quando il 27 luglio ti ho visto uscire dal corpo di tua madre urlante, i "lavori in casa" nel mio cervello hanno subito una improvvisa accelerazione. Ora dopo ora il tuo nome diventa sempre più imponente e luminoso dentro quello spazio mio che dice chi sono. Le tue radici si intrecciano alle mie, quelle profonde, e comincio a capire che in me batte il tuo cuore.

Giorno dopo giorno ti vedo cambiare. Sei tu eppure non sei tu. Sei un TU in divenire. Pochi minuti fa  ti guardavo scivolare nel sonno mentre ti cullavo nell'incavo dei miei avambracci. Quando ti tengo nel mio abbraccio non mi distraggo. Non guardo la tv. Non ho il cellulare accanto. Non faccio altro che stare con te. Voglio assaporare lentamente il momento.

Frida sul fasciatoio - 1 agosto

Così ho potuto scrutare i tuoi lineamenti. Li ho trovati addolciti rispetto a pochi giorni fa. Come ammorbiditi da un alito caldo che modella una cera. E gli occhi più grandi e presenti. Meno vaganti. Ho notato che quando sospiri c'è come il disegno abbozzato di Frida Futura, un accenno leggero della donna che sarai e che spero di conoscere.

Vorrei dirti tante cose Frida, ma ne avrò il tempo. In questo diario a forma di blog ci scopriremo goccia a goccia, senza far scorrere velocemente gli istanti, ma provando a fermarli in una vertigine di parole. Con lentezza. 

Un giorno lontano mi piacerebbe che tu continuassi questo diario, che facessimo diventare questo blog una partitura a due voci. Ma ora corro troppo, come fanno sempre quelli della specie a cui appartieni: gli esseri umani. 

Io ti auguro invece, cara Frida, che a te sia data la possibilità di innamorarti della lentezza. In fondo come scrive un autore che ho amato particolarmente (Milan Kundera): "C'è un legame stretto tra lentezza e memoria, così come c'è un nesso fortissimo tra velocità e oblio". 

Questa notte, scrivendoti, Frida, ho un po' rallentato il tempo e spero di aver conservato un pezzo di memoria che ci nutrirà negli anni a venire. Con lentezza ho scelto le parole. Con lentezza ho guardato  in me alla ricerca delle sensazioni più vere. La lentezza ci salverà piccola mia. O almeno ci darà questa impressione.

Buona notte Frida Futura, ovunque tu sia.  





venerdì 31 luglio 2015

Indifferenza a prima vista: Elrond conosce Frida

Immaginate un incontro tra una straordinaria pittrice messicana che ha fatto della sua vita una (dolente) opera d'arte - FRIDA- e un personaggio fantasy di rara eleganza e nobiltà, il sire elfico di Gran Burrone che è tra le figure più potenti dell'universo de Il signore degli Anelli: ELROND.

Chissà che si direbbero in questo improbabile rendez-vous surreale e suggestivo. Non ho proprio idea di cosa avverrebbe tra di loro, ma posso testimoniare di quello che è avvenuto tra la "mia" Frida e il "mio" Elrond: due pezzi del mio cuore e della mia vita. Mia figlia e il mio prezioso amico a quatto zampe.

Frida ed Elrond - 30 luglio

Premessa d'obbligo: in questi giorni non ricordo più quante volte le persone ( i parenti più stretti nello specifico) ci hanno lavato il cervello a furia di: "Attenti al cane. Mi raccomando. Non lasciateli mai soli. State sempre con gli occhi aperti. Non vi fidate" e così via. Ora rispondo definitivamente, anche per iscritto: 

1. Io e Simona non siamo due sprovveduti e io ho scritto anche un libro sui cani, con il grande Roberto Mucelli, e finanche un paio di capitoli di Io e il cane sono dedicati al rapporto tra bambino e amico a 4 zampe.

2. C'è troppa demonizzazione mediatica sul cane in casa e sulla relazione con i piccoli. L'ignoranza (che è il sonno della ragione) da sempre partorisce mostri. Tra questi il più famelico è "la preoccupazione ad oltranza". Non sono i cani ad uccidere i piccoli umani, ma l'imbecillità di chi non sa gestire le situazioni e sempre quel padre di mostri infami che è l'Ignoranza. 

3. Conseguenza dei punti uno e due: non sottovaluteremmo mai tutte le dinamiche di rapporto tra cane e neonato, perché amiamo Elrond e siamo già pazzi di Frida. In noi non c'è mai stata scelleratezza e non vedo come dovrebbe rivelarsi improvvisamente adesso. Quindi parenti, please, smettetela con le vostre avvertenze d'uso.

E ora veniamo al racconto.

Arriviamo a casa in mattinata. Elrond ci accoglie con quel modo specifico dei cani di farti sentire indispensabile. Come se fossi Ulisse che torna a Itaca dopo vent'anni, mentre sei mancato non più di mezz'ora (ma quanti anni è vissuto il cane Argo se dopo due decadi era ancora lì ad aspettare il suo padrone e a riconoscerlo? I veterinari dell'antica Grecia erano dei geni oppure gli animali particolarmente longevi). Io ho il portenfant in mano e dentro c'è Frida che dorme placida. Elrond sembra già interessato al nuovo arrivo.

Dopo un po' dispongo questo cesto-culletta sul tavolo perché non ci fidiamo ancora a metterlo ad altezza Elrond. Ma dopo un po' la piccola si sveglia lanciando i suoi allarmi foratimpani a forma di "ngué". In quel momento scatta l'istinto predatore del nostro border. E si attiva la mia preoccupazione.  

Io conosco bene Elrond e lui ha un'indole da cacciatore per i gatti. Lui non è uno di quei cani "degenerati" che convivono placidamente con i felini (lo dico subito, sono ironico... so quanto possano essere seri e polemici i cinofili-gattofili). Lui gli staccherebbe il collo a tutti e infatti in più di un'occasione ci ha provato. Perché dico questo? Perché il richiamo dei gatti in calore, che per Elrond ha lo stesso valore attrattivo di bicchiere di sangue verginale messo sotto al naso di un vampiro affamato, somiglia in maniera pericolosa ai vagiti di un bambino.

Eccolo che si avvicina al portenfant con le orecchie ritte, la coda a scorpione e gli occhi iniettati di sana curiosità assassina. Noi lo teniamo a bada, ma allo stesso tempo non abbiamo intenzione di "punirlo" con l'allontanamento coatto. Anzi deve arrivare il momento della presentazione ufficiale. 

Scegliamo la poppata come "situazione" ideale per l'avvicinamento. Sarei bugiardo se dicessi che sono tranquillo. In me ecco precipitare a valle le immagini di tanti film macabri ("Cujo" su tutti) e  di pensieri nefasti. Ma vinciamo le paure, più mie che di Simona, e lasciamo che la punta del naso di Elrond incontri il piedino scalciante di Frida e meglio ancora la sua zucca semipelata e ancora così fragile.

Simona allatta e Elrond si muove intorno a loro, come uno squalo intorno a una tavola di windsurf  condita di umano. (la foto più su parla chiaro). Poi si sposta verso il "contenitore" di Frida. Il portenfant. Più volte si mette a due zampe per salire a guardare cosa ci sia là dentro. Per sentire gli odori che possono dare qualche notizia sul suo abitante umano. 

Fatto sta che dopo pochi minuti Elrond sembra aver perso interesse per il nuovo arrivato. Certo la guarda con perplessità quando ricomincia a piangere, ma dopo un attimo si allontana annoiato come un fratello adolescente che si vede piombare in casa un fagotto di sorella che non promette nulla di buono. Ancora qualche minuto e Elrond diventa immune anche ai suoi versetti alieni.

La giornata trascorre tranquilla e la notte lasciamo che Elrond continui a dormire nella nostra stanza come ha sempre fatto, anche se ora accanto al letto è spuntata una "cuccia" principesca per questo neoarrivato nel nostro branco. Vedremo come evolverà questo rapporto, ma per ora è possiamo riassumere il loro rapporto in un deciso: "indifferenza a prima vista"!










mercoledì 8 aprile 2015

La memoria dei nostri figli

Noi siamo qui per essere la memoria dei nostri figli.  Non ricordo dove ho letto questa frase (forse ne "L'ombra del bastone" di Mauro Corona). O se mi è capitata di ascoltarla in un dialogo di un film. 


Però, come sempre faccio con ciò che mi sorprende, l'ho appuntata. Non mi importa da dove provenga. È un pensiero potente, musicale, intenso e non posso che sentirlo mio. In fondo diventano parte delle nostra carne gli aforismi che sentiamo più nostri, quelli che ci somigliano. O somigliano al nostro pensare.

Frida - ecografia 23ma settimana

Voglio essere per Frida la memoria di un tempo che non ha mai vissuto. Voglio essere per lei un “cassetto pieno di ricordi” che può aprire a suo piacimento e dentro il quale può mettersi a sfogliarli. Non uno di quei tiretti polverosi dove le cose riposano dimenticate in una cianfrusaglia che toglie loro dignità e identità (quanti di noi hanno a casa posti del genere, dove giace ciò che ormai non ci è più utile o di cui abbiamo scordato la funzione. cose di cui non sappiamo liberarci, perché aspettiamo quel giorno in cui avranno di nuovo un senso), bensì un “posto” vivo dove anche le memorie sono vive. 

Voglio raccontarle le storie di uomini che non ci sono più, di musica che si è smesso di ascoltare, di quadri che la gente ha dimenticato. Voglio narrarle di quei giorni che si ammassano alle spalle del primo giorno in cui lei sarà in questo Mondo. Quei giorni che saranno sbiaditi e confusi, pieni di ore, minuti e secondi che tutti insieme fanno l’impasto molle che chiamiamo “passato”.

Voglio essere la sua nostalgia di un Tempo che ha preceduto il "suo tempo". Ma senza la malinconia di ciò che si è perduto. Perché come scriveva Albert Camus (tra i miei scrittori preferiti): “Il pensiero di un uomo è innanzitutto la sua nostalgia”. E allora voglio che Frida sia non solo la figlia dei miei geni, del mio seme, della mia carne, del fiume scrosciante delle mie vene, del mio amore per sua madre, ma anche e soprattutto la figlia del mio pensiero. 

Voglio essere la memoria dei profumi che mi hanno inebriato, delle poesie che mi hanno incatenato a un piacere, delle note che ho attraversato come ponti per arrivare al fondo di me stesso. 

Voglio essere per Frida il ricordo dei luoghi che ancora non ha visto. O che non vedrà mai. Quei posti che lasciano orme dentro gli occhi e come spettri ebbri danzano dentro i sogni, dentro le nostre fantasie. Voglio raccontarle di città in cui mi sono perso, quelli in cui ho trovato pezzi di me che pensavo non esistessero. Voglio dipingerle paesaggi con le tre matite colorate del mio stupore. 

Noi siamo qui per essere la memoria dei nostri figli.

Per ricordar loro che quando si viene alla luce, non lo si fa dentro una caverna buia, ma dentro un flusso luminoso che esiste prima della loro venuta. Siamo qui, sono qui, per mostrare a Frida le strade già percorse che lei potrà decidere di guardare o ignorare, perché mostrare la via è un atto di gentilezza. E la gentilezza è il modo migliore per cominciare ogni rapporto umano. 

Noi siamo qui per essere la memoria dei nostri figli e se quella memoria perdura, non dico che ci risparmieremo la morte, ma almeno sarà più sensato il nostro affannarci nel voler restare in vita. Sarà più dolce la nostra tentazione di esistere.

domenica 5 aprile 2015

Immagina un Mondo senza religione

“Forse c’è da scoprire un tesoro che può arricchire la civiltà: ed è che vale la pena di tentare un’educazione irreligiosa”.


John Lennon cantava "immagina che non esista alcuna religione"

A scriverlo è uno degli uomini che ha segnato la storia del pensiero umano: Sigmund Freud. E io guardo sempre con grande ammirazione al barbuto professore viennese. 

Io sono pronto a tentare questa educazione con mia figlia: ad insegnarle che la religione è un’illusione, è una cattiva fantasia psichica, è un pericolo. 

Non battezzerò Frida. La simbologia che c’è dietro questo rito mi inorridisce. Pensare all’idea che nasciamo macchiati da un peccato è una dichiarazione di totale sfiducia nell’essere umano. Io non ci vedo niente di sporco e corrotto in un neonato. È sicuramente dopo, con l’aumentare dei contatti con gli altri simili, che l’uomo si insozza e finisce per diventare quello che è. Non appena è gettato nel Mondo. 

“Siamo creati come corrotti e poi ci viene ordinato di fare del bene. A fare da supervisore a questo processo c’è una dittatura celestiale, una specie di Corea del Nord del regno dei cieli. Ingorda, esigente, bramosa di acritico apprezzamento dall’alba al tramonto ma sempre pronta a punire il peccato originale del quale ci ha teneramente fatto dono”. Bellissime parole di Christopher Hitchens: scrittore, giornalista, tra i più celebri e influenti critici delle religioni.  

Non le seminerò nel cervello immagini di nuvolette e cieli azzurri da depliant del Paradiso, né la terrorizzerò con le immagini torride di un Inferno rosso sangue. Non le farò credere che un Libro scritto da uomini illusi sia un testo a cui rifarsi per decidere se qualcosa è buono o qualcosa è male. 

La religione è un’illusione, come ha ben spiegato Freud nel suo libro “L’avvenire di un’illusione” che ho letto ai tempi dell’università e che da allora ha lasciato un segno profondo nel mio cervello. 

Dio  (o i vari Dei che popolano le fantasie intime di miliardi di persone) è stato creato per rispondere a un triplice compito: “1. Esorcizzare il terrore della natura. 2. Riconciliare l’Uomo con il destino (vedi morte). 3. Offrire una consolazione per le sofferenze e le privazioni della nostra vita socializzata”. Non dico che non sia “utile” Dio. E non credo di essere Ateo. Ma sono profondamente e assolutamente antireligioso e sarebbe stupido da parte mia educare diversamente mia figlia, che poi sarà libera di scegliere. Naturalmente. Ognuno ha il sacrosanto diritto di scegliersi le proprie illusioni. 

Troppi scempi si compiono in nome della religione (e lo stiamo vedendo nella cronaca nefasta degli ultimi giorni, degli ultimi mesi, degli ultimi anni, degli ultimi secoli), in nome di dogmi e di credenze che sono un potente anestetico per le persone. La religione non fa bene. Chiediamoci: “è un bene per il mondo fare appello alla nostra credulità e non al nostro scetticismo? È un bene per il mondo venerare una divinità che prende parti nelle guerre e negli affari degli uomini? Aggrapparsi alle nostre paure e al nostro senso di colpa, al nostro terrore della morte, è un bene per il mondo? Farci sentire in colpa e farci vergognare per i nostri comportamenti sessuali, è un bene per il mondo?”. (ancora Hitchens)

Io non porterò Frida a messa. Non le dirò di farsi il segno della croce quando entra in chiesa. Non le dirò che esiste il "peccato" (anche se proverò sempre a spiegarle che la propria libertà non dovrà mai intaccare, in nessun modo, quella dell'altro). Non la costringerò a seguire un’ora di lezione a scuola in cui si insegna, in maniera spesso ignorante e insensata, la religione. Varrà la pena tentare questa educazione irreligiosa. Che non significa educarla all'immoralità. Ma al pensiero libero.  

Io canterò, invece, a Frida una delle più belle canzone di tutti i tempi:

Immagina non esista paradiso
È facile se provi
Nessun inferno sotto noi
Sopra solo cielo
Immagina che tutta la gente
Viva solo per l’oggi

Niente per cui uccidere e morire
E nessuna religione
Immagina tutta la gente
Che vive in pace


"Imagine" di John Lennon. 

giovedì 2 aprile 2015

Quello che voglio per mia figlia: creatività e gioco libero

Strappiamo dalle dita dei bambini i tablet e diamo a quelle mani il ramo di un albero da afferrare. Liberiamoli dalla melma televisiva e facciamoli sporcare nel fango di un campo bagnato. Tiriamoli fuori dal flusso idiotizzante degli smartphone per lasciarli liberi di rincorrersi o per cimentarsi in una caccia al tesoro. 

Viola dei miei amici Massimo e Veronica - © Manlio Castagna

Questo sarà il mio primo scopo con Frida:  difenderla dall’ebetismo collettivo della realtà virtuale e innanzitutto da me stesso, esemplare possibile di genitore iperprotettivo.

Mi ha colpito molto una ricerca dello psicologo e biologo del Boston College, Peter Gray (da qualche giorno è uscito il suo ultimo, interessantissimo libro: "Lasciateli giocare") che da anni studia gli indici di creatività dei ragazzi americani, il quale ha rivelato un crollo spaventoso tra il 1985 e il 2008: l’85% dei teenager intervistati è scesa sotto la media dei loro predecessori. 

C’è qualcosa che non funziona più nei sistemi educativi contemporanei e io, per quanto mi è possibile e per quanto riguarda Frida, non voglio arrendermi. Sento già lo sghignazzamento di alcuni di voi, pronti a replicare: “si va bene, lo dici adesso. aspetta che nasce e poi vedrai se riesci a tenerli lontani da tv, tablet, computer e smartphone. Vediamo se li metti al riparo dalle grinfie dei Teletubbies. Vediamo se non ti fai sedurre dal potere ipnotico che la tv può avere su tua figlia, quando le sue urla e i suoi pianti saranno colpi di lancia nel tuo costato sanguinante".

Premetto che non ho intenzione di trasformare la sua vita in quella di una amish, riportandola in un 1700 privo di elettricità e di modernità. Ma bisogna avere un progetto educativo, bisogna avere delle buone intenzioni, altrimenti si finisce per soccombere all'emergenza e a quello che viene. Allora io voglio seguire il mio istinto. E soprattutto quello che voglio è seguire il principio di “lasciarla giocare”. Liberarmi dalle mia paure di padre apprensivo per liberare lei, per farla stare al Mondo senza l’angoscia dell’Occhio di Sauron continuamente spalancato su di lei.

L'occhio di Sauron: da il Signore degli Anelli. L'occhio del male sempre spalancato

Quando mi è capitato di vedere i bambini, anche piccolissimi, nei parchi in Svezia, Olanda, Germania, Norvegia ho avuto una illuminazione: quei mini esseri umani sono lasciati liberi di sperimentare e di giocare. Anche nel freddo più glaciale, anche nel fango più limaccioso, anche tra alberi alti e minacciosi, questi bambini “giocano” senza essere irregimentati in sport di squadra pre-costituiti e senza l’iper vigilanza dei genitori. Li vedi fare le cadute più rocambolesche. Li vedi inzaccherati che sembrano combattenti tedeschi in una trincea della prima guerra mondiale. Li vedi, però, felici!

Inorridisco quando sento la mamma italiana che intima al figlio che vuole giocare: “Mi raccomando, non sudare”! C'è un terrore ancestrale della mamma italiana per il sudore. Come se secernere questo “liquido ipotonico” fosse la manifestazione dell’anticristo della buona salute. Mi odierei se non permettessi a Frida di sbucciarsi un ginocchio nel tentativo di acchiappare una piccola amica nell’atto sacrosanto del rincorrersi. Mi farei crocifiggere piuttosto che non permetterle di sporcarsi mentre gioca con dei colori o mentre ruzzola in un campo verde pieno di fiori e altre amenità naturali. 

Questo non è permissivismo senza regole. Non significa farle fare tutto quello che vuole. Ma ribaltare la volontà. Si perché sono io che voglio vederla andare carponi in un prato e sporcarsi con gli umori della natura. Io voglio che stia muso a muso con i cani (certo non quello di un pitbull inferocito). Io voglio giocare con lei con una palla fatta di carta e nastro adesivo. Dipingerci sul corpo con mille colori. Fare a gara a chi si nasconde meglio al buio (così da affrontare anche le paure). Voglio leggere libri insieme e raccontare storie, crearle insieme (io amo i miti greci e da sempre li studio. Piuttosto che le classiche favole per Frida voglio rielaborare quelle narrazioni epiche e gettarmi con lei dentro storie piene di figure magiche, natura selvaggia, passioni travolgenti e bellezza indescrivibile). 

Lo so che siamo messi male in Italia. Sapete che nel suo ultimo rapporto Save the Children ha scritto che solo il 6% dei bambini ha diritto a scendere in strada da solo e soltanto il 25% a giocare in cortile? Che il 51.6% non va in vacanza con la famiglia neppure per una settimana.? Che il 47% non legge nemmeno un libro all’anno (oddio un abominio!)? 

Noi siamo geneticamente, antropologicamente dei cacciatori-raccoglitori. Degli esploratori. Non dei pigiatori di tasti. Allora venendo meno al nostro patrimonio genetico diventiamo più tristi, più depressi, più ebeti, meno creativi. Io ho vissuto tutta la mia infanzia in strada. Erano gli anni ’80, non sono nato nel 1800! Devo ai miei genitori, se non l’indirizzo alla cultura (perché così non è stato onestamente), almeno la grande libertà di potermi sbucciare le ginocchia (e credetemi le mie rotule erano simili a quelle degli zombi di the walking dead) e di esplorare da solo, non un paesino di montagna, ma una città e un quartiere tra i più trafficati e centrali di Salerno. E sono grato a loro perché è quella infanzia libera che mi ha fatto diventare l’uomo che sono oggi.

Non sarà facile probabilmente, ma se non parto con queste intenzioni sarà un fallimento il mio dovere educativo. Se lascerò che Frida sia preda di Peppa Pig e in balia di MammaTv allora come padre sarò un perdente. E ne dovrò subire le conseguenze. Se mi farò scoraggiare dal vivere in una delle Regioni più abbrutite d’Italia (la Campania, con Sicilia e Calabria, è tra le tre peggiori in quanto a spazi verdi e spazi di gioco collettivo), allora alleverò una figlia ingrigita. Ma non lo farò. Impedirò alla mancanza di fantasia e di immaginazione di erodere i colori dalla vita di Frida. Combatterò la paura che paralizza per mettere le ali ai piedi di mia figlia. E una parola, sempre, sarà la chiave con cui aprire tutte le porte: creatività.

“Proteggerli, privarli dell’altalena o del pallone, difenderli furiosamente da qualunque sostanza possa sporcarli o contaminarli (dai piccioni alle cartacce ai cani e ai gatti) e consegnare loro una tastiera di qualsiasi genere non vuole dire amarli, ma farli diventare ansiosi e disinteressati. Con la vita e la scuola percepiti come una lunga serie di ostacoli” (Vera Schiavazzi, "La Repubblica" del 30 marzo)

giovedì 19 marzo 2015

La festa del papà, San Giuseppe e i calzini

In mezzo a quell’esercito di sfigati celestiali che sono i Santi (il mio non è un giudizio di valore, ma come definire un enorme gruppo di persone morti: con gli occhi cavati, bruciati sulla graticola, crocifissi a testa in giù, lapidati, trafitti da decine di frecce, decapitati, squartati, lacerati? E quando non erano “benedetti” da queste uccisioni degne di una sceneggiatura di Tarantino, se la passavano piuttosto male tra povertà, privazioni, stimmate e altri doni del Signore), uno mi è particolarmente simpatico: San Giuseppe.

A lui è dedicata la festa di oggi. La terribile FESTA DEL PAPÀ. Quest’anno per me sarà l’ultima vissuta da solo figlio, l’anno prossimo salterò la barricata e diventerò anche festeggiato. Non più solo figlio, ma anche padre.


Povero San Giuseppe, non poteva che essere lui il “Patrono” di una celebrazione così sottotono e arrancante. Lui che si è ritrovato un figlio senza nemmeno aver toccato la propria moglie (e pensa che complesso di inferiorità immane avrà avuto nel sapere che aver messo incinta la sua sposa fu nientemeno che Dio!). Lui che nei racconti evangelici non è nemmeno attore non protagonista, ma poco più che comparsa parlante. Lui che nella capanna del presepio sembra essere il nonno di Gesù, tanto si porta male i suoi anni. Lui che è diventato Santo non perché ha fatto chissà quali miracoli o ha subito chissà quali martiri, ma solo perché ha accettato in silenzio un pargolo non suo (vabbè che si tratta di un “bambinello” speciale, però se questo è il criterio della santità a questo punto quanti santi sono nascosti tra di noi. E molti neppure lo sanno!!)

Comunque il buon San Giuseppe, figura sfocata e ingobbita del trittico della natività, è il perfetto rappresentate della snobbata Festa del papà. Il fatto che nessuno mai se ne ricordi è la metafora stessa della figura paterna che spesso diventa poco più che un orpello silenzioso in quel bellissimo percorso (talvolta a ostacoli) che è la gravidanza. Il padre è quello a cui tutti gli altri chiedono come sta la madre. Il padre è quello che la ginecologa non guarda neanche quando dà le sue indicazioni (a volte mi sento come se fossi il personaggio di Ghost - certo meno bello di Patrick Swayze) o elargisce i suoi sorrisi. Il padre è quello che deve correre a raccogliere le fragole a febbraio sotto una serra per soddisfare la voglia improvvisa della moglie incinta. Il padre è quello che nella grotta-capanna del 25 dicembre fa meno figura rispetto al bue e all’asinello. 

La festa del papà per me è sempre stata la telefonata di mia madre al mattino che mi dice: “ti sei ricordato di fare gli auguri a tuo padre?”. 
E io: “sì, sì… stavo per chiamarlo” (certo, come no). 
E poi mia madre aggiunge sempre: “Guarda che ho preso dei calzini e una maglia intima per papà, da parte vostra”. 

Santa donna! Non ricordo mai un regalo comprato di nostra volontà da parte mia e dei mie fratelli. Quindi in poche parole la festa del papà è la festa del calzino (o per i più chic: della cravatta). È il trionfo di questo regalo tanto utile, quanto squallido nella sua trita ripetitività. 

Allora, se un giorno leggerai questo post Frida, ricordati tre semplici cose:
  1. Se non ti ricorderai della festa del papà non solo non mi offenderò, piuttosto farò un regalo io a te a fine giornata.
  2. Se dovessi sciaguratamente ricordartela (la ricorrenza): evita i calzini (e le cravatte). È meglio se mi pianti un paletto di frassino nel petto, lo trovo meno avvilente.
  3. Se volessi lottare per qualcosa di poco importante, ma divertente nella vita: combatti per l’abolizione di questa festa e di tutte quelle che celebrano per un sol giorno chi dovrebbe  invece essere ricordato a prescindere (e quindi accomuno anche festa degli innamorati, della donna, e della mamma - che nella hit parade delle feste va proprio forte).
Buona Festa del Calzino… pardon.. del Papà a tutti!

lunedì 16 marzo 2015

La scuola italiana fa male - parte 1

Se qualcuno adesso mi chiedesse: cosa ti spaventa di più del diventare padre, io risponderei: mandare mia figlia a scuola. 

La scuola italiana mi fa ribrezzo. Credo sia il male più oscuro e radicato del nostro Paese. Non un tumore qualsiasi, ma una metastasi piazzata nel bel mezzo del petto italiano. Faccio una premessa, così non devo rispondere a chi mi dirà: “ci sono tanti bravi insegnati nella scuola italiana”. La mia premessa è questa: si ci sono è vero! alcuni li ho trovati sulla mia strada e sono grato a loro, alcuni sono miei amici che stimo, alcuni si fanno il culo (scusate l’eleganza) perché l’insegnamento non sia una parola vana per giustificare uno stipendio piuttosto penoso. Ma sono alcuni, appunto.



Quando dico che la scuola italiana fa male ho diversi motivi per dirlo. Cominciando dalle strutture che la ospitano. Per il mio lavoro al festival di Giffoni sono costretto a entrare in tanti edifici scolastici e ogni volta è come varcare le soglie dell’inferno. L’inferno della bruttezza e della disperazione. E questo vale in special modo in questo Sud stanco e polveroso, che puzza di antico e di svogliatezza (impressionato molto, invece, da un paio di scuole che ho visitato nelle Marche). Le scuole sono luoghi orrendi dove non c’è una traccia di buon gusto, non c’è un’idea di arredamento o architettura, non c’è la minima concessione alla natura e nessun riguardo per la bellezza che dovrebbe, invece, nutrire gli occhi e la mente dei bambini, dei ragazzi, dei giovani.

Chi quotidianamente è esposto alla bellezza non può non sviluppare un sacrosanto disgusto per il brutto e anche, di conseguenza, per il “cattivo”. Le azioni peggiori fermentano nel brodo della bruttezza. La mente si impoverisce quando un bambino entra in un edificio in cui il colore delle pareti è giallo “feci tubercolotiche” o azzurrino pallido da “reparto di chirurgia generale”. Le crepe nei muri diventano fessure che minano la stabilità estetica di un bambino. E i bagni? Dio mio i bagni delle scuole! Antri maleodoranti e abbandonati a loro stessi, da fare invidia ai “peggior bar di Caracas” (per citare una pubblicità di qualche tempo fa). Luoghi "sconsacrati" e senza controllo dove proliferano forme di vita primordiali, che si pensavano estinte. Ho visto, invece, bagni nelle scuole all’estero dove avrei campeggiato allegramente, per il lindore e la cura che li contraddistingue. 
IPSIA di Lamezia Terme - novembre 2014

Ho visitato una volta la scuola elementare Pajol a Parigi e l'idea alla base di questo edificio è: "Tutto, dagli arredamenti, alle pareti interne, al variopinto cortile, ha preso parte a rendere gioioso lo spazio in cui i bambini si trovano inseriti". Sono stato nelle scuole in Svezia,  in Germania, a Miami, a Doha (autentiche perle, credetemi), in Australia: non ho trovato niente di paragonabile alla deprimente situazione del nostro Paese. 


Ecole Maternelle Pajol, situata in Rue Pajo nel 18 ° Arrondissement di Parigi

Ora un po’ di dati: il 57% delle scuole non ha il certificato di idoneità statica, fuorilegge il 28% degli edifici, distacchi di intonaco (rilevati nel 22% delle classi), la presenza di altri segni di fatiscenza (30%), le finestre rotte (28%), l'assenza di tapparelle o persiane (58%), i pavimenti sconnessi (24%), banchi e sedie rotte (rispettivamente nel 17% e nel 23% dei casi), la presenza di barriere architettoniche (11%), oltre 66mila studenti “stanno stretti”, anche le palestre, dove ci sono (visto che il 35% degli istituti monitorati non ce l'ha) sono posti bestiali: fatiscenti (22%), mancanza della cassetta di pronto soccorso (22%), distacchi di intonaco (17%), attrezzature danneggiate o altre fonti di pericolo (16%) - insomma fare educazione fisica è più pericoloso che prepararsi alla jihad in un avamposto pakistano! 

Molti risponderanno: sì ma è colpa anche degli studenti e dei loro atti vandalici. Conoscete la cosiddetta TEORIA DELLE FINESTRE ROTTE di James Q. Wilson e George L. Kelling? Questa fu la tesi sociologica alla base della svolta eccezionale che Rudolph Giuliani diede a una New York ormai crollante all’inizio degli anni ’90 (l'operazione da cui ebbe il via la Tolleranza zero, consisteva semplicemente nel far pagare il biglietto ai viaggiatori. Questo bastò a cancellare l'idea che la metropolitana fosse una zona abbandonata e senza regole, producendo un crollo delle attività criminali). 

“Con l'espressione teoria delle finestre rotte si indica quella teoria sociologica secondo cui investendo le risorse, umane e finanziarie, nella cura dell'esistente e nel rispetto della civile convivenza si ottengono risultati migliori rispetto all'uso di misure repressive. Al contrario, trascurando l'ambiente urbano, si trasmettono segnali di deterioramento, di disinteresse e di noncuranza. Ad esempio l'esistenza di una finestra rotta (a cui il nome della teoria) potrebbe generare fenomeni di emulazione, portando qualcun altro a rompere un lampione o un idrante, dando così inizio a una spirale di degrado urbano e sociale”. Ecco spiegato gli atti vandalici che, se riflettete per un attimo, avvengono non in contesti di scuole pulite, ordinate, ben tenute, ma in posti già profondamente minati dal cancro della sciatteria. 

Io odio la scuola italiana, con tutto me stesso. Con ferocia, con schiuma alla bocca, odio amplificato con un sentimento di profondo sconforto. Il pensiero di rinchiudere Frida dentro questi monumenti cariati alla devastazione di un Paese malato (e al Meridione, sicuramente incurabile) mi fa accapponare la pelle. Allora se qualcuno mi chiedesse: di cosa hai paura per Frida, io risponderei: della scuola!


FINE PRIMA PUNTATA  - c’è ancora da dire sulla situazione degli insegnanti e sui metodi di insegnamento. Lo farò nelle prossimi pezzi. E li farò "a pezzi".