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giovedì 16 luglio 2015

La pancia al piede, ovvero i tormenti della gravidanza

Se fossi una donna che si sente dire: "la gravidanza è uno stato di grazia, goditela", sfodererei il mio sorriso più luminoso e poi colpirei con una testata sul setto nasale l'autore dell'affermazione. 

Simona: 37 settimane e 3 giorni
Simona è arrivata al nono mese. Ho osservato da vicino questo cammino tortuoso che ora si avvia al termine. L'ho visto iniziare come un percorso tranquillo, una passeggiata in una valle più o meno fiorita per poi diventare un gara di trekking sempre più impegnativa, fino a trasformarsi in un calvario (ma senza sputi e colpi nel costato).

Io di gravidanza ne sapevo poco fino a che non ne ho visto una da vicino. Ne sapevo quello che tutti i maschi adulti ne sanno: un concentrato di conoscenze vaghe e misteriose, condite da una densità così alta di luoghi comuni che la gestazione finisce per diventare poco più che una storia da cartone animato.

Per esempio io immaginavo Simona sconvolta da nausee così violente da rendere la nostra vita come un viaggio a bordo di una nave di marinai in mezzo a un oceano di onde alte quanto un palazzo. Immaginavo mia moglie incazzata nera ogni giorno per il vomito sempre a fior di labbra. La realtà: nemmeno una nausea, nemmeno un accenno in nove mesi. Ne ho avute più io a contatto con certe persone che incontri ogni tanto sulla tua strada. 

Altro stereotipo è quello della mamma felice della sua pancia. Ormai Simona se potesse prendere un'ascia e togliersela dal corpo (senza far male a Frida per carità) non se lo farebbe dire due volte. La pancia le piace come può piacere a un prigioniero da fumetto quella grossa palla al piede nera che lo tiene schiavo della legge. Si può dire che quella della gravidanza è una vera "pancia la piede". 

La pancia è un macigno conficcato tra costole, inguine, vescica, schiena. Costringe Simona ad alzarsi ogni ora per andare in bagno. Pesa sulle gambe e sui piedi che sono diventati gonfi ed enormi come quelli di Fiona, la moglie di Shrek (ma senza quel simpatico colorito verde, per fortuna).

Quando deve alzarsi dal letto o dal divano sembra Gregor Samsa (questa la capisce solo chi ha letto La Metamorfosi del mio amato Kafka).

Quando deve salire le scale sembra un alpinista che sta scalando il K2 dopo che ha passato la notte a scongelarsi i testicoli.

Quando deve infilarsi le scarpe ha la stessa grazia di un pellicano rimasto invischiato in una marea nera di petrolio. 

Per non parlare poi di tutte le privazioni a cui va incontro chi è in "dolce attesa" (ma quale mente sadica e bacata ha partorito questa locuzione? è un'attesa che diventa estenuante, dolce come uno yogurt greco lasciato fuori al sole di questa estate infernale).

La verdura e la frutta devi lavarla così bene e con tanta meticolosità per il pericolo toxoplasmosi che fai prima a sgrezzare un diamante sudafricano  (il solo pronunciarla questa malattia mi fa uscire gli occhi dai bulbi) . Non puoi mangiare frutti di mare, non puoi mangiare svariati tipi di formaggio, non puoi prendere questo e non puoi assaggiare quello. 

E non puoi usare medicine, così quando arriva un'allergia di stagione, ti può prendere a cazzotti in faccia fino a farti somigliare (tra starnuti, muco, occhi arrossati) a un boxer che ha appena fatto il suo primo allenamento che si trova per sbaglio a salire sul ring con Mike Tyson. 

Insomma la natura non è stupida. Ti rende così insopportabile l'attesa (certo quella dolce) che ti dimentichi che sul traguardo ti aspetta il "mostro di fine livello" (questa la capiscono soltanto i giocatori di videogame, i nerd, i geek e quelli degli anni 80 che andavano a spendere tutti i soldi dei genitori in quelle sale giochi pieni di suoni orrendi e luci maniacali), cioè il parto, cioè quel simpatico momento in cui un essere umano con tanto di testa, spalle, braccia, gambe e piedi ti esce dal corpo, con la stessa dimestichezza con cui una palla da bowling si prende la briga di cercare un varco attraverso l'apertura di un portamonete!



giovedì 23 aprile 2015

Alle porte del settimo mese - la querencia

25 settimane e 4 giorni. Altri pochi giorni e Simona entra nel settimo mese. Mi piace questo concetto di entrare nel tempo. Mi fa pensare a un gioco d'avventura. A un castello con nove porte, varcata ognuna delle quali ci si ritrova in uno spazio diverso, in un Mondo nuovo, colorato di scoperte inedite  e frusciante di pericoli inaspettati o di stupori non immaginabili.

Cinzia Benigni, Tauromachia, 2013, acquatinta e acquaforte su carta rosaspina, 15 x 20 cm

Ieri sera ho visto la pancia di Simona muoversi "da sola" per la prima volta. Ormai la sento quotidianamente, la bimba, mandare i suoi segnali dalla sua esistenza buia e solitaria nelle placide acque di "Lago Placenta", ma mai avevo visto la rotondità di mia moglie deformarsi e scuotersi come se si formasse una perturbazione interiore. Ecco una di quelle scoperte dietro la porta del Sesto Mese che ormai si sta chiudendo. Ancora quattro giorni e questa stanza sarà relegata al tempo del ricordo, murata per sempre, come succede inevitabilmente al "tempo passato". E senza scricchiolii si entrerà in uno spazio nuovo.

Se dovessi scrivere un diario del sesto mese partirei dal titolo che contiene il senso di tutto: "una silenziosa consapevolezza". La sua pancia cresce, ma senza esplodere. Le analisi sono buone. La dottoressa si complimenta con mia moglie per la sua forma fisica. Si complimenta con me perché mi vede "presente" e consapevole (essere consapevole, se andiamo alla radice etimologica, può legarsi al concetto di "prendere coscienza di un sapore". Ecco per me voglio che significhi questo: sto prendendo gusto a Frida!). I parenti fanno meno domande. Gli amici hanno superato lo shock. Ora si aspetta al riparo.

Chi conosce bene la tauromachia, cioè quell'assurdo "spettacolo" in cui gli uomini combattono con i tori (la corrida),  sa cosa significa la parola querencia. Si usa per indicare la zona in cui, nella spaventosa e tragica confusione dell'arena, il toro va a rifugiarsi per stare al sicuro. Lì non può essere attaccato, lì può attendere per accumulare o recuperare le energie prima di tuffarsi di nuovo nel gioco, per lui, spesso mortale. 

Io mi sento lì in questo momento: nella querencia . So che quando Frida nascerà dovrò affrontare "la battaglia", sarò nudo e senza protezione di fronte al fatto acquisito di una rivoluzione nella mia esistenza. Sarò lì nell'arena di una nuova vita, con qualche occhio dagli spalti puntato su di me, ma soprattuto con gli occhi della mia bambina ben piantati su di me. 

È così che mi sento adesso, alla vigilia del settimo mese. Sento di essere in quel luogo ideale dove arrivano solo ovattati i suoni di quello che sarà. Dove l'odore del nuovo si sente nell'aria e fa fremere le mie narici attente. Dove raccogliere tutte le energie possibili prima di uscire allo scoperto con un grido di felice liberazione e la paura sublime per la sfida che mi attende. 



mercoledì 25 marzo 2015

La morfologica, il sonno dei non nati

Il processo di avvicinamento al più naturale dei “fatti” umani (la nascita di un bambino) è scandito da uno sconcertante percorso a tappe “tecnologiche” segnato da nomi degni di una storia intergalattica o fantascientifica. 

Gli esami hanno titoli suggestivi che farebbero godere un nerd amante di sci-fi:  Ecografia transvaginale, Translucenza nucale (sembra una delle armi che il vecchio robot Goldrake annuncia prima di lanciarle contro gli avversari: alabarda spaziale, lame rotanti… translucenza nucale - e invece è solo un tipo di ecografia che si effettua su un tratto della nuca del feto per scongiurare certi tipi di malformazioni), Amniocentesi, Dual Test e la famosa MORFOLOGICA.

Il 17 marzo è il giorno fatidico per questa ulteriore e importante indagine dello sviluppo della gravidanza. La morfologica, appunto. È da poco passata l’ora di pranzo. Io sento sulle palpebre il richiamo suadente del sonno, combattuto dalla tensione emotiva dovuta alla consapevolezza che tra poco vedrò Frida in uno schermo, un po’ più cresciuta e addirittura in 3d. L’ecografia morfologica serve proprio a controllare che tutto si stia formando come si deve: arti, colonna vertebrale, cranio, cervello e tutto il ripieno umano (reni, fegato, stomaco eccetera eccetera).

Ci accomodiamo in una saletta calda e in penombra. C’è anche un piccolo divanetto di fronte al letto serissimo dove si va a stendere Simona. Il ginecologo deve ancora arrivare, ma io Simona e Angela (sua madre) già parliamo sottovoce e per bisbigli, come se le parole fossero vietate, come se lo spettacolo fosse già cominciato, come se stessimo complottando per un attacco terroristico.

Arriva il dottore (Giuseppe Capece) in un immacolato camice bianco. È lo stesso dell’amniocentesi. Alto, barba incolta, bel portamento, sguardo ironico e voce con bassi pronunciati: sembra un attore di teatro impegnato, più che un indagatore di placente. Spegne altre luci e ora siamo al buio, c’è solo un piccolo caldo fascio luminoso sul centro della scena: Simona a pancia a scoperta e il medico che con la sua sonda bussa a casa Frida. 

Io e Angela sul divanetto siamo pronti a individuare sullo schermo di fronte a noi le immagini della piccola, inconsapevolmente a bagno nella sua culla di liquido amniotico. È come essere in una sala cinematografica o in platea davanti a un palco.

La prima inquadratura (che a me sembra un quadro astratto di un pittore senza talento o una delle macchie del test di Rorschach) fa esclamare al dottore divertito: “Se il buongiorno si vede dal mattino, il padre dovrebbe cominciare a preoccuparsi di questa ragazzina”. Praticamente nella primissima immagine che (solo lui) vede c’è Frida a cosce aperte che piazza i suoi organi genitali in faccia allo spettatore. Io sorrido divertito, questa bambina già mi è simpatica.

Poi la “sceneggiatura” di questo film rallenta, si fa più noiosa. Il dottore mostra i reni (due puntini neri) e altra “roba” importante, ma che per me è un pout-purri di macchie indistinte interessanti come un film russo di tre ore che racconta la storia di un senzatetto che pesca rane e girini. E va avanti per diversi minuti.

Poi improvvisamente dopo un quarto d’ora ho un sussulto di attenzione: si vedono i piedini, le mani e le braccia che lei tiene davanti la faccia e dietro la nuca. Come se si volesse proteggere. E ci credo bene: immaginate voi a letto a riposare tranquilli, quando all'improvviso arriva un occhio gigante che si apre nella stanza e, per giunta, "qualcosa" che vi dà dei colpetti per spingervi a voltarvi da un altro lato così da osservarvi meglio! 

Il clou però si raggiunge quando capita sullo schermo la sua faccia. È il momento di passare al 3D. Frida si rivela. Angela, mia suocera, la trova bellissima e non può trattenersi dal dirlo. Simona sembra visibilmente emozionata. Io la guardo con sconcerto. Certo c’è l’emozione di vederla “per la prima volta” in una immagine più realistica rispetto al fantasmatico ed evanescente bianco&nero delle precedenti ecografie che la facevano somigliare più a una nuvola galleggiante che a un essere umano vero e proprio. Però questa Frida post-embrionale e in formazione vista così non mi fa venire certo in mente l’aggettivo: bella. È  semplicemente il ritratto di quello che deve essere in questo momento: una piccola forma di vita dall’aspetto incompiuto. 

Prima foto di Frida dentro la pancia - 20ma settimana 

Siamo al 22° minuto di ecografia. Dopo questi pochi secondi di emozione si ritorna all’esplorazione noiosissima (ma non discuto l’importanza) con tanto di misure, di fermi immagine e di indagini accurate su forme evanescenti:

Dottore: “guardate qui: questo è il palato superiore”
Io mi sforzo di individuarlo, ma non vedo nulla. “Dov’è?”
Dottore: “è qui, eccolo… è chiaro non è quello molle, ma il palato duro”
Io: “Ah ecco”. 

Penso: ma dov’è ‘sto palato? e poi che significa che è duro? che differenza c’è tra i due? Il mio è “ah ecco” lo pronuncio solo per rompere il mutismo da cui sembro affetto da svariati minuti e per mostrare un interesse che in questo momento è assente, tanto quando il palato molle!

Piano piano quelle immagini liquide, il silenzio della stanza (rotto solo di tanto in tanto dal dottore che fa complimenti a Simona per la sua forma fisica - ne ha viste di “balene spiaggiate” su quel tavolo, donne che con la scusa della gravidanza si rimpinzano fino a diventare Jabba the Hutt di Star Wars [vedi foto]- e per gli addominali troppo sviluppati di mia moglie che non ha smesso un attimo in questi mesi di andare in palestra e camminare per chilometri), la semioscurità da sala cinematografica, la noia delle misurazioni accurate mi precipitano in un sonno avvolgente. Mi addormento sul divanetto. Non è onorevole dirlo, ma è la sacrosanta verità. 

Jabba The Hutt
Dormire all’ecografia morfologica della figlia: c’è qualcosa di degenerato in tutto questo. Comunque Simona se ne accorge e chiede alla madre di colpirmi con una gomitata per farmi destare, ma io ho già gli occhi aperti ed evito il colpo. Sono di nuovo presente anche se sogno di tuffarmi nella placenta accanto a Frida e dormire con lei il sonno dei “non nati”.

P.s. per la cronaca l’esame è andato bene e la piccola continua a crescere. 
P.p.s. il dottore ha pregato Simona di smetterla con gli squat e altri esercizi da palestra se vuole che Frida esca senza penare per superare il muro di muscoli che ha creato nella sua vita di sportiva





sabato 21 marzo 2015

Stanotte ho saputo che c'eri

Ricordo una frase di un libro di straziante bellezza (“Lettera a un bambino mai nato”) in cui Oriana Fallaci scrive: “ Stanotte ho saputo che c'eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d'un tratto, in quel buio, s'è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri”.

Ci ho pensato ieri notte quando in questo letto estraneo, sopra il silenzio orizzontale di Piazza Cavalli a Piacenza, Simona mi ha chiesto: “Si muove Frida, vuoi provare a sentirla?”. Non ha nemmeno finito la frase che la mia mano, come una sonda spaziale in cerca di acqua su Marte, era già sulla superficie liscia, tesa e tonda della sua pancia. 

21ma settimana di gravidanza
21ma settimana - Piacenza

Una pancia che cresce come della pasta che lievita pacifica nel canovaccio durante la notte. Una pancia che è un corpo amplificato, una dilatazione ripiena di mistero. 

Simona guida la mia mano, la tiene come si tiene uno strumento altrimenti goffo e inutilizzabile. La sposta sopra questo “Mondo” di cui ignoro i segnali interni e di cui lei invece conosce tutti i fiumi che scorrono dentro, il paesaggio nascosto, la geografia dei palpiti, i piccoli maremoti vitali. Io sembro un cieco che si muove lungo un muro in cerca di qualcosa che gli indichi la strada. Un appiglio, un'escrescenza, una crepa familiare, un ciuffo d'erba soffice al tatto.

Faccio silenzio, cerco di non respirare, per non confondere il battito del mio cuore dentro la mia mano con un banale (ma quanto importante) calcetto della nostra bimba in costruzione. 

Lei mi chiede: “La senti?”
Io non mento: “No”

Allora lei continua a far muovere la mia sonda-mano sulla crosta morbidissima del pianeta Frida. "Per chi ha paura tutto fruscia", scriveva Seneca. Ma anche per chi desidera. Poi improvvisamente sento sotto la mia mano un colpetto secco e distinto. Quasi mi pare di percepirne anche il suono. Resto silenzioso, non voglio sprecare l’attimo. Simona mi chiede speranzosa se questa volta il “sordo ha sentito” (non dice queste parole, ma è così che mi sento: inabile a "sentire"). La domanda rinforza la mia certezza. Allora quel colpetto era Lei.

Stanotte ho saputo che c’eri. Perché quando la vedo nell’ecografia, a me fa l’effetto di un fantasma lontano, simpatico, ma inesistente. Un’immagine mediata dal video, come quando vedi un luogo che ami in tv e hai solo una vaga emozione, una traccia sbiadita delle sensazioni che quel posto ti ha dato dal vivo. E anche se la ginecologa ti regalo il battito del suo cuore non puoi provare l’esplosione emotiva della sua esistenza, se non sei tu a caricare di significato quel tamburo veloce dal timbro un po’ metallico che forma una frequenza d'onda sinonimo di vita.  

Invece il piccolo attrito del suo corpo minuscolo contro la pelle matura della tua mano è un certificato di esistenza inequivocabile. Un lampo di certezza che ha illuminato la bruna notte piacentina. Ciao Frida, benvenuta nei miei sensi. 


venerdì 13 marzo 2015

10 motivi per cui è meglio una femmina

Aeroporto di Goteborg. Si torna a casa. Inganno il tempo (ammesso che Lui si lasci beffare. E comunque, alla fine, vincerà il Tempo su di noi, inesorabile e spietato) leggendo un buon libro e per distrarre lo sguardo dalla varia umanità zombesca che affolla i gate dei vari voli.
Zombie perché noi che aspettiamo siamo in una zona d’ombra, non vivi e non morti. Sospesi. Non impieghiamo i minuti e le ore, ma semplicemente lasciamo che passino. Una specie di Purgatorio in cui un Dio oculato ha affittato gli spazi ad ogni genere di attività commerciale. E come è più dolce l’attesa del Paradiso spendendo soldi a comprare Toblerone o bottigliette d’acqua che costano più di una tanica di benzina.  


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Devo distrarmi dalla folla di persone, perché altrimenti non riesco a non pensare alla parola “sovrappopolazione”. E mentre considero il fatto che presto contribuirò a rimpolpare quell’agglomerato virale dannoso, chiassoso e noioso che per convenzione chiamiamo “umanità” mi arriva un messaggio di WhatsApp da Simona che mi comunica che ha fatto un’altra ecografia e per la ginecologa al 90% sarà femmina.
FERMI TUTTI. Che i neuroni non si muovano. che le sinapsi si stacchino. che la corteccia cerebrale vada in standby. FEMMINA! Il sogno si avvera. Anche se il primo pensiero mi dice: 90% femmina? quindi c’è un 10% di maschio dentro di lei? quindi è una sorta di ermafrodito che nasconde dietro il 90% di una piccola vagina delicata l’urlo di un piccolo pene al 10% della sua estensione? quindi al 90% di pura intelligenza devo aggiungere un 10% di sana idiozia da essere primitivo?
Sono abituato ad avere a che fare con il mio PRIMO PENSIERO. È sempre il parto malato di una mente in debito d’ossigeno. Passiamo al secondo pensiero, quello più sano. È un pensiero felice che ha però una titubanza: si può gioire al novanta per cento? Il tizio a cui il medico dice: “ha il 90% di sopravvivere”  ha voglia di esultare o piuttosto si caga sotto perché sa che la Sfiga riesce a fare grandi cose con quel misero dieci su cento?
Ma io voglio essere positivo. Anche perché dal primo istante che ho saputo di diventare padre ho avuto un chiodo fisso: SPERIAMO CHE SIA FEMMINA! Se avessi saputo come pregare lo avrei fatto per avere una gentil donzella dentro la pancia di Simona. Se avessi potuto corrompere chiunque e chiedere raccomandazioni e prostituirmi per avere una “figlia” piuttosto che un figlio lo avrei fatto. Se fosse esistita una formula magica o un rito scaramantico per assicurarmi una femmina come figlio sarei regredito socialmente per raggiungere lo scopo. Mi sarei venduto un arto per una baby girl (ammesso che a qualcuno interessi comprare un arto. che ci fai con un braccio, mediamente muscoloso?) 
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E da buon amante delle liste ecco i 10 motivi per cui speravo con tutto me stesso (e anche parte di altri) che fosse femmina (nel prossimo pezzo del blog scriverò i motivi per cui non avrei mai voluto un maschietto!)
1. Perché avevo nella mia mente il nome FRIDA da sempre e dovevo usarlo  prima o poi. E a un maschio sarebbe stato difficile affibbiarlo. Una volta avevo pensato di assegnarlo a una mia tartaruga, ma l’ho riservavo (e ho fatto bene) a “qualcosa” di più importante
2. Perché le femmine non hanno paura della parte femminile che è in loro!
3. Perché le femmine hanno le emozioni a fior di pelle ed è bellissimo incrociare  le tue con le loro
4. Perché le femmine non si strozzano con il cordone ombelicale che tiene legati i maschi alle mamme per anni e anni e anni e anni dopo che sono usciti dal loro ventre
5. Perché le femmine, almeno la maggior parte, non si rincoglioniscono davanti alle partite di calcio e la domenica non si trasformano in amebe fluttuanti (e pantofolanti) su divani in cui fare la forma. 
6. Perché alla femmine non piacciono i supereroi. a me annoiano tutti, tranne Batman
7. Perché quando una femmina ha capito come risolvere un problema un maschio si sta ancora chiedendo “scusa ma dov’è il problema?”
8. Perché la donna è il futuro dell’uomo
9. Perché la femmina sta all’uomo come l’Homo Sapiens sta all’Homo Neanderthalensis
10. Perché la femmina contiene in sé la Vita, il maschio spesso (e la Storia insegna) è un alleato affidabile della Morte.

venerdì 6 marzo 2015

I 5 tipi di reazione al tuo annuncio di avere un figlio

Il mio nuovo hobby in questo periodo è “annunciare agli altri che diventerò presto padre”. È un passatempo estremamente divertente e capace di illuminarmi ancora una volta sulle tipologie umane e sulle, sempre meno, sorprendenti dinamiche umane.
Ecco a voi i 5 tipi di persone che reagiscono alla tua imminente genitorialità:
GLI ESISTENZIALISTI: li riconosci dal sorriso angelico che si dipinge sulle loro facce alla notizia e quella strana luce che sembra improvvisamente circonfondere la loro testa. È come se improvvisamente fossero stati toccati dalla luce divina. Le frasi tipiche sono: “I figli sono la gioia più grande”; “Non potevi darmi una notizia più bella”; “ora finalmente hai trovato un senso alla tua vita” (come se avessi speso i miei primi 41 anni di vita a cazzeggiare o a contare le nuvole sopra la mia testa con un filo d’erba in bocca). Agli esistenzialisti io di solito rispondo con un sorriso o accondiscendendo alle loro parole. mai contraddire un santo



GLI URLATORI: sono quelli che alla notizia gridano e da quel momento in poi durante la conversazione avranno sempre un tono di un’ottava sopra la loro media abituale. Cominciano con “Nooooo davvero???” (io gli risponderei: no stavo scherzando, era solo per farmi bucare i timpani che te l’ho detto). Poi vanno avanti con “Non ci posso credere” (non ti ho mica detto che ho scoperto dove si trova il Sacro Graal o di aver svelato il mistero dell’Isola di Pasqua). E continuano a gridare cose del genere: “Bellissimoooo. Sono troppo contenta (si di solito sono donne) per voi”. Non si curano di chi è intorno, di dove ti trovi, del concetto di discrezione. All’urlatore di solito reagisco abbassando il tono delle mie parole, come se volessi equilibrare questa alterazione comunicativa. Oppure cerco di tagliare subito facendo sfoggio di cinismo e sana disillusione, per smorzarne l’entusiasmo che deraglia presto verso la pura follia.


I PROFETI DI SVENTURA: sono genitori da poco, ma non abbastanza poco da essere ancora incoscienti. Sono quei tipi il cui figlio/a non arriva all’anno di età. Li vedi scavati in volto e con l’atteggiamento di chi è appena uscito da un campo di prigionia. Ti guardano con occhi mesti, ma penetranti. Con l’espressione di chi la sa lunga e il sorriso alla Joker che è segno di sventura. Ti dice: “Ah auguri! (detto col tono di “condoglianze”) Ora vedi come ti la cambia la vita”. Qui io già vorrei scappare via o chiamare la polizia. Ma questo è solo l’inizio. “Riposa adesso, che poi quando nasce non si dorme più”. Io rispondo di solito che non amo dormire e non mi peserà. Questa cosa un po’ li disorienta. “Ah bene, ma vedrai quando cominciano a piangere e non la smettono più”. Cerco di buttarla sull’ironia dicendo che ho pensato di foderare la mia stanza con isolanti acustici e di aver fatto scorta di tappi per le orecchie. E qui sferranno l’attacco finale: “ Poi cominciano le colichette…” qui fanno una pausa grave carica di nefaste premonizioni. Ho come l’impressione che cali il buio, che i corvi si accalchino sui rami fuori, che risuoni nell’aria una nota musicale profonda e infinita.


I COMMISSARI DI POLIZIA: non sono semplicemente curiosi e contenti, ma sembra che stiano svolgendo un’indagine e tu sia l’indagato principale. Le loro sono domande a raffica da cui ne esci stordito, e il più delle volte colpevole. Iniziano con la domanda di rito fatidica: “Di quanti mesi è?”. Qui io già vado in confusione, come un delinquente dall’alibi imperfetto. Il fatto è che non ricordo mai come si calcolano queste maledette settimane e come diventano mesi. Il tempo della gravidanza sovverte il calendario classico e tutto diventa più complesso, informe e aleatorio. Grazie a svariate app che ho scaricato quasi sempre riesco a rispondere almeno in settimane (anche se su alcune di queste escono dei simboli tipo 18w4d che mi fanno sentire come se mi trovassi improvvisamente dentro The IMitation Game e dovessi decodificare un codice di guerra. per la cronaca 18w4d significa 18 settimane e 4 giorni). Ma la tipologia commissario non si accontenta. “Si, ma in mesi quanto è?”. È lì a fare calcoli. Poi comincia la raffica “Che sesso è? Quando nasce? Parto naturale? Che clinica? Chi è il tuo ginecolgo? E tu volevi la femmina? E Simona? Avete già scelto il nome? Ah bello, ma perché questo nome? E ai tuoi piace? E ai suoceri? Contenti che sia femmina loro? Avete già preso la culla? Il trasportino (ah no quello è per i cani, per gli esseri umani si chiama passeggino…)? Avete preso il fasciatoio? Il fasciatoio è fondamentale! La cameretta di che colore è? Ma dormirà da solo o nel lettone?”. È non ti molla fino a quando non sei così esausto che confessi: “Sì l’assassino sono io!”



GLI SCETTICI: sono quelli che sembrano sappiano tutto di te,  anzi ti conoscono meglio di te stesso. Sono coloro i quali alla notizia che diventerai una padre, corrucciano la fronte e domandano “Ma tu  non sei quello che non voleva figli?”. Mi sento in trappola, mi hanno scoperto. Quindi ora per coerenza dovrei interrompere la gravidanza di mia moglie? Sono quelli che ti dicono: “Ahahaha ora già ti vedo con un passeggino in mano. Tu impazzirai per lei, ti conosco troppo bene”. E cominciano a delineare con una precisione da biografo quello che farai e quello che non farai e non crederanno a niente che non si sposi con questo ritratto che hanno preparato. Loro ti dicono : “Vedrai quando si fa teenager e ti portano il primo fidanzato a casa”. Io: “E vabbè, che c’è di male… sarò felice di conoscerlo”. Loro: “Ahahhaa (ridono sempre gli scettici, come se la risata fosse un colpo di  mitra alla tua credibilità”) se se poi vedi come sei contento. Come se non ti conoscessi!”. Lo scettico non lo convincerai mai, nemmeno con l’evidenza dei fatti. Quindi meglio assecondarlo. Tanto è innocuo.

domenica 1 marzo 2015

Caldi notti di Doha - Il concepimento

Un passo indietro rispetto all’annuncio della gravidanza. 6 Novembre 2014.
Quando Simona arriva a Doha io sono al colmo della gioia. Lavoro in Qatar già da oltre un mese. Da poco è cominciato l’autunno “arabo”, quindi il caldo è diventato sopportabile (ma mai si scende sotto i 30° di sera), molto meno l’assenza di mia moglie. 
Prima del suo arrivo aiutavamo a vincere la distanza e la mancanza grazie alle moderne tecnologia. Skype su tutti. Sicuramente è utilissimo (anzi indispensabile per le relazioni a distanza), ma per quanto tu possa sforzarti di apparire decente nelle “videochiamate” (un termine che mi ricorda subito un’altra epoca, roba da Pippo Baudo e Mike Bongiorno) finisci sempre per somigliare: o a un rospo appena schiacciato da uno pneumatico di una Jeep o a una gallina in brodo. Non c’è nulla da fare, Skype va bene per le chiamate di lavoro, ma per la preservazione del fascino è utile come l’alito per riscaldarsi se resti immobilizzato in una tenda sull’Everest. 
 Torniamo a noi. Dopo un mese di lontananza, l’arrivo di Simona nel bellissimo hotel Kempiski viene salutato dal mio cuore con balzi di gioia e dal mio corpo con una una sensazione come di  ”rifiorimento” (vedi immagine sotto)
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La prima notte nel nostro letto con vista sullo skyline di Doha comincia con questo dialogo. M sono io, S è Simona, of course.
S: “vedi che ho interrotto la pillola”
M: ” Ah”
S: “Eh si sono 10 anni che la prendo di continuo, una interruzione serviva, ne ho approfittato che eri fuori”
M. “Ah”
S: “si stiamo attenti, ma tranquillo… il mio ginecologo mi ha detto che dopo l’interruzione ci vogliono mesi prima di ritrovare la fertilità. Forse addirittura un anno”
M: “Ah”
Finito il dialogo, comincia l’azione. E su questo calo il sipario del racconto, lasciando a te indomito e fantasioso lettore immaginare gli accadimenti che ci hanno portato al punto in cui siamo.
Ora alcune considerazioni:
1. È tanto vero che la pillola anticoncezionale presa in maniera prolungata possa atrofizzare o comunque indebolire la capacità di procreare, quanto la credenza che praticare l’autoerotismo porti alla cecità. Per inciso: abbiamo cambiato ginecologo.
2. La nostra piccola “Frida” (questo il nome della bambina frutto di quella notte di passione esotica) nasce con il marchio di chi si è attaccata alla vita con tutta se stessa: se avesse dovuto attendere la nostra voglia di procreazione forse sarebbe invecchiata ancor prima di venire al Mondo. Una Benjamin Button versione femminile per intenderci. 
3. Aver concepito a Doha ci darà occasione di costruire in futuro per lei tutta la mitologia della sua nascita. Vuoi mettere essere procreata in Qatar, piuttosto che a Pontecagnano o a Giffoni?!
4. Come mi ha suggerito il mio amico Aurelio, un po’ di tempo fa il governo danese ha inaugurato la campagna “Fallo per la Danimarca!”  per incrementare le nascite, pericolosamente basse da quelle parti. Nello spot per lanciare la campagna si citano le statistiche secondo cui il 10% di danesi sarebbero stati concepiti all’estero, e che il 46% delle coppie fa più sesso mentre è in vacanza.
Noi di nostro abbiamo contribuito a innalzare le statistiche italiane. Io l’ho fatto per l’Italia!
P.s. la campagna danese prevede una serie di sconti per chi prenota le ferie durante il periodo dell’ovulazione. Una volta incinta, se si manda la prova dello stato interessante si può partecipare a un concorso per vincere una serie diprodotti per l’infanzia. L’iniziativa è aperta anche alle coppie gay e a quelle sterili perché, come recita la pubblicità, “l’importante è partecipare”

lunedì 23 febbraio 2015

L'annuncio della gravidanza: segnali di vita dal Trofoblasto

11 dicembre 2014, mattina. 99 mesi esatti dal giorno in cui io e Simona ci siamo messi insieme. Vado dal mio amico Alessandro per mettere a posto i capelli che nei mesi della mia permanenza a Doha hanno assunto la forma di una scarola riccia post atomica. 
Si dice che i grandi tagli nella propria esistenza si producano con un bel “zac” delle forbici del parrucchiere. Non a caso molte donne, e qualche uomo più illuminato, cambiano acconciatura alla vigilia o subito dopo un momento cruciale della propria vita. Ma io non ero andato lì con quella intenzione: non avevo una nuova vita da ricominciare, nessun cuore infranto da rimediare con un’acconciatura degna di Uomo vogue (nella foto che segue delle possibilità tar cui scegliere guardando ai miei antenati nel corso della storia). 
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Eppure su quella sedia imbottita, abbigliato con una poco virile mantellina annodata alla gola per raccogliere i capelli superflui e con il cervello ammorbidito da uno shampoo caldo, stava per arrivare la notizia che avrebbe terremotato la mia vecchia vita.

Arriva un messaggio via WhatsApp, il messaggero moderno di sventure o di fortune. Simona mi dice che deve parlarmi, ha ritirato le analisi del sangue. Il cuore comincia a pulsare come se a prenderne il controllo fosse John “Bonzo” Bonham (per chi è a digiuno di musica: è il batterista rock più grande di tutti i tempi). 
I dubbi dei giorni scorsi che avevano fatto apparire lo spettro della gravidanza si sciolgono in una certezza: Simona è incinta. Ha ritirato gli esami del sangue. La BetaHCG (sembra roba da Interstellar => vedi foto, mentre è “semplicemente” il valore della gonadotropina corionica umana, un ormone che viene prodotto dal trofoblasto - primo abbozzo di quella che poi diventerà la placenta - all’incirca sette giorni dopo la fecondazione e proprio per questo viene utilizzato come segnale inequivocabile di una gravidanza in atto) è talmente alta che potrebbe esserci una squadra di calcio dentro di lei.
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La mia reazione è paragonabile a uno sprofondamento in uno spazio siderale. Mi sento come Sandra Bullock in Gravity (Clooney è troppo figo per avvicinarmi a lui anche solo come fantasia). Improvvisamente i suoni si attutiscono, i colori perdono consistenza, la mia testa diventa una buccia di pensieri molli come i budini di gelatina delle feste dei bambini americani. 
Il primo su cui scaricare il fardello della notizia è il mio amico Gianvincenzo. Leggo nei suoi occhi lo smarrimento. Non sa se farmi gli auguri o tacere in un mortificato silenzio di cordoglio. Sa bene che non sono esattamente un fan della vita su questa terra e ho sempre considerato la procreazione alla stregua di una proliferazione batterica pronta ad annientare il pianeta su cui viviamo. 
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Tornando verso casa in auto si affolla nella mia mente una serie di domande senza senso. Solo uno spermatozoo su milioni ce la fa a raggiungere l’ovulo e a fecondarlo. Chi era questo temerario? Come si chiamava questo eroe (mi piace pensare che abbia un numero più che un nome. Per me è S27)? Dove si è allenato per superare gli altri (la velocità media è di 2-3 millimetri al minuto, allora il buon S27 deve essere arrivato almeno a 5mm al minuto, più veloce di certi tizi che incontro allo stadio quando vado a correre alla mattina). 
E domanda delle domande: quando è avvenuto questo fatale incontro con un Ovulo - che ho sempre immaginato come il “mostro” di fine livello nei videogame degli anni 80/90 - dopo aver superato l’ambiente ostile e pieno di pericoli della Vagina (neanche fosse Mordor, la valle oscura de Il signore degli anelli)?