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mercoledì 27 gennaio 2016

Sulla spiaggia di Mondi sconfinati

Ritorno a scrivere dopo 4 mesi questo blog.
Da fine settembre a metà dicembre sono stato a Doha e ho visto crescere Frida attraverso le foto e i video che simona mi inviava quotidianamente. Ho osservato la sua vita in differita contando i giorni che mi separavano da lei e da sua madre. 

Quando sono arrivato a casa sul divano c'era un'altra Frida rispetto a quello che avevo lasciata. Logicamente più grande e infinitamente più bella di quella che mi mostravano i video verticali di mia moglie. Lei ha pianto, io ho avuto una specie di tuffo al cuore: quella sensazione che avverti quando senti collassare qualcosa in te e il calore che si sprigiona è simile a quello di una piccola fusione nucleare interiore. 

16 gennaio
Ora mentre scrivo è qui vicino a me, seduta sul divano e capace di reggersi da sola. Emette suoni che possono essere definiti "gargarismi espressionistici" che strapperebbero una risata anche a un gerarca nazista e che prefigurano il suono della sua "prossima voce". 

Poi ruzzola sulla schiena e comincia ad afferrarsi i piedi in una posa tratta direttamente dal manuale del perfetto neonato da fotografare. dura pochi secondi ed eccola cercare di afferrare un giocattolo dalla forma improbabile e dai colori così kitsch che sembrano partoriti da uno stilista di modamare positano. Lo prende e lo porta alla bocca. È la "fase orale": la percezione del Mondo animale, attraverso il senso del gusto, attraverso il sottile piacere del mordere, succhiare e strappare. 

I bambini hanno un arco di attenzione che è pari a quella che avevo io durante le lezioni di matematica e trigonometria. Molto vicino allo zero. Ricordo che appena la simpaticissima prof (si, lo era come un'eruzione cutanea un'ora prima di un incontro galante) faceva incontrare il gesso con la fredda superficie della lavagna cominciando a disegnare geroglifici di parentesi graffe e frazioni, la mia mente si imbarcava in un viaggio senza ritorno verso l'isola delle piacevoli distrazioni, dove le bianche pecorelle facevano "ciao" ad Heidi. E da allora "derivate" e "limiti" sono diventate parole in libertà senza nessun senso. ancora oggi.

Heidi in una immagine di repertorio, quando era felice

Quello che voglio dire che oggi che compie sei mesi realizzo quanto Frida sia cresciuta e quante piccole grande conquiste abbia fatto. Giorno dopo giorno diventa più consapevole della sua "umanità" e noi più coscienti della sua presenza nella nostra vita. 

È come "incontrarsi sulla spiaggia di Mondi sconfinati" (citando le bellissime parole del poeta Tagore). È un incontro  che parte da lontano, fatto di piccoli passi, silenziosi. Di orme che si muovono da orizzonti distanti e lontani. Sopra di noi il cielo vagante dei giorni e tutt'intorno l'odore del Mare, il suono delle piccole grida gioiose di Frida e un accenno di alba. Quella di un futuro in cui le nostre orme saranno sempre più vicine, le une accanto alle altre o incrociate in nome di una traiettoria comune. 

Lì su quella spiaggia di Mondi sconfinati...






domenica 30 agosto 2015

5 motivi per cui voglio una figlia bilingue

La mia prima mission (non così impossible) è fare di Frida di una bambina bilingue.

Devo darle questa chance, devo metterla in condizione di vivere un futuro che somigli a una stanza con tante porte e non a uno sgabuzzino dove l'unica uscita ha sopra una etichetta scritta in italiano. 

Mi sto documentando tantissimo, come è nel mio spirito e nella mia indole, sul come farlo al meglio. Sono approdato da poco a un libro che mi sembra formidabile THE BILINGUAL EDGE "(il vantaggio bilingue") il cui sottotitolo recita "Why, When, and How to teach your child a second language". Finalmente oggi mi è arrivato direttamente da Londra (e con mia grande sorpresa anche autografato dalle due autrici, docenti di linguistica alla Georgetown University: Kendall King e Alison MacKey).

27 agosto - "The Bilingual Edge" nelle mie mani 

Sento scorrere in me fiumi caldi di dopamina (conoscete no? il neurotrasmettitore che regola tra le altre cose il "piacere" e la ricerca del godimento), come ogni volta che intraprendo una nuova strada che mi stimola.

Ho tempo e voglio dedicarlo allo studio di un metodo efficace per trasferire a mia figlia quella lingua inglese che: (uno) mi piace da impazzire, (due) parlo e capisco ormai con discreto successo e (tre) è utile come avere due occhi in un mondo di mezzi orbi. O come avere un paio di extra-vite in un videogame prima di affrontare lo scontro finale con il Mostro dell'ultimo livello.  

Ma prima di inoltrarmi in un cammino che mi entusiasma e di cui voglio rendere partecipi tutti coloro che leggono questo blog, voglio anche capire per bene perché è importante dare questo "edge" ai propri figli.

Mi aiuto con quello che ho imparato da quelle che chiamerò confidenzialmente Kendy e Ally (le due PhD, professoresse autrici di questo bel libro). Ecco i cinque motivi per cui è CRUCIALE allevare figli bilingue.

1. Persone con una conoscenza avanzata di due o più lingue di solito sono più creative.

Diverse ricerche lo hanno provato ed ormai è scientificamente acclarato, ma io ne ho fatto esperienza sulla mia stessa pelle. Lavorando a Doha (in un ambiente di lavoro in cui linguisticamente parlando, mi sento come Pippo - l'amico di Topolino - ad un convegno di ingegneri aerospaziali)  mi sono reso conto di quanta creatività sgorghi in chi è bi o tri o quadrilingue (oddio questi sono mostri). Non solo, basti pensare ai tanti scrittori che hanno usato il loro bilinguismo a favore della loro ispirazione creativa (da Isabelle Allende a Emil Cioran, da Salman Rushdie a Yoko Tawada che a proposito del suo trilinguismo ha scritto: "Quando tu crei una connessione tra due parole che sono distanti enormemente, nella tua testa si produce una sorta di elettricità. C'è un flash di luce, una sensazione di pura meraviglia").

2. Conoscere due lingue dà ai bambini un vantaggio cognitivo

Come si misura questo vantaggio? per esempio con una consapevolezza metalinguistica più sofisticata rispetto a chi parla una sola lingua (e non parliamo poi di quei poveri innocenti massacrati da genitori che parlano solo in dialetto. Quelli per me sono sottosviluppati - parlo dei parenti - e quindi non li prendo nemmeno in considerazione). Questa consapevolezza altro non è che la sensibilità al fatto che il "linguaggio" è un sistema che può essere analizzato e con cui si può "giocare". Per esempio bambini che crescono nella culla di più lingue sanno apprezzare meglio battute, puns (cioè giochi di parole) e metafore. Un esempio concreto sono i miei grandi amici: i fratelli Guarino. Donato, Gerry e Tony. perfetti esempi di persone bilingue e grandi amanti del gioco di parole, immenso senso dell'umorismo ed estrema sensibilità alle articolazioni del linguaggio. 

Tra l'altro la consapevolezza metalinguistica crea vantaggi pratici scientificamente testati: ti rende più veloce nella capacità di leggere, nel memorizzare parole e apre la strada a una maggiore raffinatezza nel concepire una frase grazie a una migliore conoscenza dei sinonimi. 

3. I bilingue sono più focalizzati sugli obiettivi

Proprio in questi giorni, durante le mie sgroppate a cavallo di tanti siti e forum trovati online per accumulare conoscenze sull'argomento, leggevo di alcuni test in cui si prova decisamente che chi conosce due lingue "batte" i monolingua (sembra una tribù indios) in quegli esperimenti che richiedono di ignorare informazioni distraenti. In poche parole i bilingui sono più bravi nel focalizzarsi sugli obiettivi richiesti, eliminando i dettagli fuorvianti. 


4. Imparare un'altra lingua rafforza la comprensione interculturale

Tempi di sbarchi tragici e di immigrazione dolente. Tempi di spostamenti da un Paese all'altro. Di viaggi. Di incontro e scontro culturale. E credo conveniate con me: capire una cultura è difficile senza capirne il linguaggio. Anche in questo caso le ricerche parlano chiaro: quando i bambini imparano una seconda lingua è più probabile che sviluppino una attitudine positiva verso coloro che parlano quel linguaggio. Non solo: visto che noi facciamo esperienza del Mondo attraverso il linguaggio, conoscere un'altra lingua ci aiuta a capire che esistono altre prospettive su come si percepisce ciò che c'è intorno a noi. E quindi a rispettare punti di vista alternativi.

In poche parole imparare una lingua ti rende meno spaventoso il "diverso" e ti prepara ad essere un cittadino del Mondo più civile, rispettoso e comprensivo. E non è poco, perché questo impatta non solo su tuo figlio / tua figlia, ma idealmente sulla società stessa.

5. Il bilinguismo ti assicura, senza dubbio, un vantaggio formativo e nella carriera lavorativa

Non c'è nemmeno bisogno di commentare questo punto.


Ma per raggiungere tutto questo e far fruttare i 5 vantaggi non basta che nostra figlia sappia dire "hallo" e "good morning" e sia capace di contare fino a 10 in inglese (quante volte abbiamo sentito il genitore orgoglioso chiedere al suo bambino - che intanto ha i testicoli su una carriola per quanto si sono gonfiati a furia di sentirselo dire : "dai... fai sentire come sai contare fino a dieci. One, two...).

Perché il bilinguismo sia vero è necessario che il bambino abbia una avanzata competenza in due lingue. E questo non l'ottieni piazzandoli davanti alla tv dove i Teletubbies o Peppa Pig lo rincoglioniscono (seppur in inglese). Nè con una esposizione modesta alla lingua straniera: vedi mezz'ora di inglese in classe una volta a settimana (spesso con docenti che parlano la lingua anglosassone come io mi intendo di calcestruzzo)

In poche parole sarà un bell'impegno da condurre con applicazione scientifica. Ma io sono pronto e ne ho voglia. Nella prossima puntata con l'aiuto di Kendy e Ally cerchiamo di capire insieme i 10 miti da sfatare sull'insegnamento della seconda lingua. Sempre se vi interessa!






lunedì 3 agosto 2015

Una settimana da padre

Come ci si sente da padre?

Questa è la domanda che mi sento rivolgere più spesso in questo periodo (già lontani i tempi quando a questa data, fino allo scorso anno, le persone mi chiedevano: "com'è andato il festival?" davanti ai figli tutto si disintegra, evidentemente). La mia risposta immediata è molto concisa e senza fronzoli: è bellissimo.

Innanzitutto devo ammettere con gioia che tutti i proclami dei "terroristi delle notti insonni" si sono rivelati, almeno fino ad ora, esatti come le profezie dei Maya che avevano visto nel 21 dicembre 2012 la fine del Mondo. quanti messaggi ho ricevuto di persone che dicevano: "benvenuto nel club di chi non dorme la notte". Quante pacche sulle spalle ho sentito mentre la faccia del "paccaro" esprimeva compatimento e afflizione misti a sordido divertimento. Quanti sorrisini sornioni ho dovuto sorbire mente il padre veterano di turno mi indicava con soddisfazione la via del tormento da neo-genitore.

Frida e Simona - 3 agosto 

La verità dei fatti? Fino ad ora (non smetterò mai di precisarlo) questa bambina è consacrata al sonno, alla serenità, alla giusta fame, alla pace. Le notti trascorrono come in balia di un cullare leggero. Si sveglia un paio di volte per attaccarsi al seno materno e quest'è. Io mi desto di soprassalto come un pirata che improvvisamente ha visto la sua nave speronata da una fregata dalla marina inglese. Ma mi riaddormento subito. E la mattina alle 8.30 sono pronto per uscire con Elrond riposato e in armonia con gli elementi.

Durante il giorno Frida è come una brezza leggera. impalpabile, silente, eppure presente. Avere una bambina è come un piccola rivoluzione dei sensi. 

Il silenzio ha preso un'altra forma, più pieno e sereno. Quando dorme, e lo fa tanto, la casa si riempie di una nuvola immobile. È un silenzio nuovo, che non è quella mesta assenza di suoni delle case vuote e nemmeno quello rigido e imposto di chi non sopporta che "si muova una mosca". È il silenzio morbido di chi si sta sintonizzando sulla vita, di chi si prepara all'inizio di una musica nuova che aspettava di ascoltare da tempo.

Anche gli odori sono diversi. La casa è piena della sua fragranza. E anche in questo caso i temibili profeti di sventura che lanciavano "bombe" in forma di pannolini sporchi ("sentirai che profumino!" dicevano col solito ghigno malefico di chi è sopravvissuto e ora si sente invincibile) hanno fallito. Lo so che potrà essere diverso in seguito, ma per ora Frida è il nome di un'essenza aromatica che riempie lo spazio e carezza le pareti.

Frida sul fasciatoio - 1 agosto

Devo ammettere che il ruolo del padre in questa prima fase è, se non accessorio, sicuramente di puro supporto. A volte guardo a me stesso come a quelle patetiche comparse in uno spettacolo teatrale che hanno una sola mezza battuta da dire (tipo "buongiorno signora") e stanno tutto il tempo a provarla, emozionati fino allo sfinimento all'idea di doverla recitare bene e fare una buona impressione, inconsapevoli (o dimentichi) del fatto che la scena è tutta per i veri protagonisti (nello specifico: la madre e la bambina). 

Che può fare questo povero padre-comparsa? cullare di tanto in tanto la figlia. fare da mezzo di trasporto per il fagottino (dalla stanza da letto a quella del fasciatoio, dal divano al letto e così via). Uscire per comprare il necessario. Cucinare quando la madre allatta. Certo tutte azioni lodevoli, ma lontane dal centro del proscenio dove gli occhi di tutti sono puntati e dove ogni giorno lo spettacolo in cartellone (madre con bambina) offre spunti sempre nuovi di tenerezza e di bellezza. 

Eppure ogni tanto capita alla povera comparsa di ritagliarsi una fetta di felicità fuori programma. 

Come l'altro giorno, quando Simona si è giustamente presa un po' di tempo tutto per sé (anche recarsi dall'estetista può essere un segno di uno sperato ritorno alla normalità) e io sono rimasto solo con Frida ed Elrond a casa. Logicamente ho sentito le dita fredda del panico stringersi intorno al collo, quando la piccola ha cominciato a piangere. 

Disorientato come un topo che si trova in mezzo a un prato con un'aquila che volteggia affamata sopra di lui, ho cercato di elaborare un piano di fuga. Armato di coraggio ho raccolto Frida frignante dalla culla e mi sono piazzato davanti alla tv adagiandola sulle mie gambe arcuate a forma di ponte. Mi sono sintonizzato su un bellissimo documentario su Venezia, città del cuore che presto dovrò presentare alla mia bambina, e ho cominciato a cullarla. 

Con l'aiuto del ciuccio (o succhietto o ciucciotto, fate voi... tanto tutti questi nomi mi fanno rivoltare l'intestino crasso. Come al solito gli anglosassoni hanno un termine molto più idoneo e cool: "pacifier", il pacificatore!) e del climatizzatore impostato su una temperatura gradevolissima (e forse del tono monocorde della voce narrante del documentario) dopo poco la piccola è caduta in trance (come testimonia la foto) e io mi sono goduto tre quarti d'ora di puro momento: padre-figlia.

Io e Frida - 31 luglio

Per riassumere: se ora qualcuno mi chiedesse "Com'è avere una figlia?" io risponderei con un sorriso limpido citando (anzi parafrasando) il buon Neruda: "Frida sta facendo con me quella che la primavera fa con i ciliegi".







giovedì 23 aprile 2015

Alle porte del settimo mese - la querencia

25 settimane e 4 giorni. Altri pochi giorni e Simona entra nel settimo mese. Mi piace questo concetto di entrare nel tempo. Mi fa pensare a un gioco d'avventura. A un castello con nove porte, varcata ognuna delle quali ci si ritrova in uno spazio diverso, in un Mondo nuovo, colorato di scoperte inedite  e frusciante di pericoli inaspettati o di stupori non immaginabili.

Cinzia Benigni, Tauromachia, 2013, acquatinta e acquaforte su carta rosaspina, 15 x 20 cm

Ieri sera ho visto la pancia di Simona muoversi "da sola" per la prima volta. Ormai la sento quotidianamente, la bimba, mandare i suoi segnali dalla sua esistenza buia e solitaria nelle placide acque di "Lago Placenta", ma mai avevo visto la rotondità di mia moglie deformarsi e scuotersi come se si formasse una perturbazione interiore. Ecco una di quelle scoperte dietro la porta del Sesto Mese che ormai si sta chiudendo. Ancora quattro giorni e questa stanza sarà relegata al tempo del ricordo, murata per sempre, come succede inevitabilmente al "tempo passato". E senza scricchiolii si entrerà in uno spazio nuovo.

Se dovessi scrivere un diario del sesto mese partirei dal titolo che contiene il senso di tutto: "una silenziosa consapevolezza". La sua pancia cresce, ma senza esplodere. Le analisi sono buone. La dottoressa si complimenta con mia moglie per la sua forma fisica. Si complimenta con me perché mi vede "presente" e consapevole (essere consapevole, se andiamo alla radice etimologica, può legarsi al concetto di "prendere coscienza di un sapore". Ecco per me voglio che significhi questo: sto prendendo gusto a Frida!). I parenti fanno meno domande. Gli amici hanno superato lo shock. Ora si aspetta al riparo.

Chi conosce bene la tauromachia, cioè quell'assurdo "spettacolo" in cui gli uomini combattono con i tori (la corrida),  sa cosa significa la parola querencia. Si usa per indicare la zona in cui, nella spaventosa e tragica confusione dell'arena, il toro va a rifugiarsi per stare al sicuro. Lì non può essere attaccato, lì può attendere per accumulare o recuperare le energie prima di tuffarsi di nuovo nel gioco, per lui, spesso mortale. 

Io mi sento lì in questo momento: nella querencia . So che quando Frida nascerà dovrò affrontare "la battaglia", sarò nudo e senza protezione di fronte al fatto acquisito di una rivoluzione nella mia esistenza. Sarò lì nell'arena di una nuova vita, con qualche occhio dagli spalti puntato su di me, ma soprattuto con gli occhi della mia bambina ben piantati su di me

È così che mi sento adesso, alla vigilia del settimo mese. Sento di essere in quel luogo ideale dove arrivano solo ovattati i suoni di quello che sarà. Dove l'odore del nuovo si sente nell'aria e fa fremere le mie narici attente. Dove raccogliere tutte le energie possibili prima di uscire allo scoperto con un grido di felice liberazione e la paura sublime per la sfida che mi attende. 



mercoledì 8 aprile 2015

La memoria dei nostri figli

Noi siamo qui per essere la memoria dei nostri figli.  Non ricordo dove ho letto questa frase (forse ne "L'ombra del bastone" di Mauro Corona). O se mi è capitata di ascoltarla in un dialogo di un film. 


Però, come sempre faccio con ciò che mi sorprende, l'ho appuntata. Non mi importa da dove provenga. È un pensiero potente, musicale, intenso e non posso che sentirlo mio. In fondo diventano parte delle nostra carne gli aforismi che sentiamo più nostri, quelli che ci somigliano. O somigliano al nostro pensare.

Frida - ecografia 23ma settimana

Voglio essere per Frida la memoria di un tempo che non ha mai vissuto. Voglio essere per lei un “cassetto pieno di ricordi” che può aprire a suo piacimento e dentro il quale può mettersi a sfogliarli. Non uno di quei tiretti polverosi dove le cose riposano dimenticate in una cianfrusaglia che toglie loro dignità e identità (quanti di noi hanno a casa posti del genere, dove giace ciò che ormai non ci è più utile o di cui abbiamo scordato la funzione. cose di cui non sappiamo liberarci, perché aspettiamo quel giorno in cui avranno di nuovo un senso), bensì un “posto” vivo dove anche le memorie sono vive. 

Voglio raccontarle le storie di uomini che non ci sono più, di musica che si è smesso di ascoltare, di quadri che la gente ha dimenticato. Voglio narrarle di quei giorni che si ammassano alle spalle del primo giorno in cui lei sarà in questo Mondo. Quei giorni che saranno sbiaditi e confusi, pieni di ore, minuti e secondi che tutti insieme fanno l’impasto molle che chiamiamo “passato”.

Voglio essere la sua nostalgia di un Tempo che ha preceduto il "suo tempo". Ma senza la malinconia di ciò che si è perduto. Perché come scriveva Albert Camus (tra i miei scrittori preferiti): “Il pensiero di un uomo è innanzitutto la sua nostalgia”. E allora voglio che Frida sia non solo la figlia dei miei geni, del mio seme, della mia carne, del fiume scrosciante delle mie vene, del mio amore per sua madre, ma anche e soprattutto la figlia del mio pensiero. 

Voglio essere la memoria dei profumi che mi hanno inebriato, delle poesie che mi hanno incatenato a un piacere, delle note che ho attraversato come ponti per arrivare al fondo di me stesso. 

Voglio essere per Frida il ricordo dei luoghi che ancora non ha visto. O che non vedrà mai. Quei posti che lasciano orme dentro gli occhi e come spettri ebbri danzano dentro i sogni, dentro le nostre fantasie. Voglio raccontarle di città in cui mi sono perso, quelli in cui ho trovato pezzi di me che pensavo non esistessero. Voglio dipingerle paesaggi con le tre matite colorate del mio stupore. 

Noi siamo qui per essere la memoria dei nostri figli.

Per ricordar loro che quando si viene alla luce, non lo si fa dentro una caverna buia, ma dentro un flusso luminoso che esiste prima della loro venuta. Siamo qui, sono qui, per mostrare a Frida le strade già percorse che lei potrà decidere di guardare o ignorare, perché mostrare la via è un atto di gentilezza. E la gentilezza è il modo migliore per cominciare ogni rapporto umano. 

Noi siamo qui per essere la memoria dei nostri figli e se quella memoria perdura, non dico che ci risparmieremo la morte, ma almeno sarà più sensato il nostro affannarci nel voler restare in vita. Sarà più dolce la nostra tentazione di esistere.

mercoledì 25 marzo 2015

La morfologica, il sonno dei non nati

Il processo di avvicinamento al più naturale dei “fatti” umani (la nascita di un bambino) è scandito da uno sconcertante percorso a tappe “tecnologiche” segnato da nomi degni di una storia intergalattica o fantascientifica. 

Gli esami hanno titoli suggestivi che farebbero godere un nerd amante di sci-fi:  Ecografia transvaginale, Translucenza nucale (sembra una delle armi che il vecchio robot Goldrake annuncia prima di lanciarle contro gli avversari: alabarda spaziale, lame rotanti… translucenza nucale - e invece è solo un tipo di ecografia che si effettua su un tratto della nuca del feto per scongiurare certi tipi di malformazioni), Amniocentesi, Dual Test e la famosa MORFOLOGICA.

Il 17 marzo è il giorno fatidico per questa ulteriore e importante indagine dello sviluppo della gravidanza. La morfologica, appunto. È da poco passata l’ora di pranzo. Io sento sulle palpebre il richiamo suadente del sonno, combattuto dalla tensione emotiva dovuta alla consapevolezza che tra poco vedrò Frida in uno schermo, un po’ più cresciuta e addirittura in 3d. L’ecografia morfologica serve proprio a controllare che tutto si stia formando come si deve: arti, colonna vertebrale, cranio, cervello e tutto il ripieno umano (reni, fegato, stomaco eccetera eccetera).

Ci accomodiamo in una saletta calda e in penombra. C’è anche un piccolo divanetto di fronte al letto serissimo dove si va a stendere Simona. Il ginecologo deve ancora arrivare, ma io Simona e Angela (sua madre) già parliamo sottovoce e per bisbigli, come se le parole fossero vietate, come se lo spettacolo fosse già cominciato, come se stessimo complottando per un attacco terroristico.

Arriva il dottore (Giuseppe Capece) in un immacolato camice bianco. È lo stesso dell’amniocentesi. Alto, barba incolta, bel portamento, sguardo ironico e voce con bassi pronunciati: sembra un attore di teatro impegnato, più che un indagatore di placente. Spegne altre luci e ora siamo al buio, c’è solo un piccolo caldo fascio luminoso sul centro della scena: Simona a pancia a scoperta e il medico che con la sua sonda bussa a casa Frida. 

Io e Angela sul divanetto siamo pronti a individuare sullo schermo di fronte a noi le immagini della piccola, inconsapevolmente a bagno nella sua culla di liquido amniotico. È come essere in una sala cinematografica o in platea davanti a un palco.

La prima inquadratura (che a me sembra un quadro astratto di un pittore senza talento o una delle macchie del test di Rorschach) fa esclamare al dottore divertito: “Se il buongiorno si vede dal mattino, il padre dovrebbe cominciare a preoccuparsi di questa ragazzina”. Praticamente nella primissima immagine che (solo lui) vede c’è Frida a cosce aperte che piazza i suoi organi genitali in faccia allo spettatore. Io sorrido divertito, questa bambina già mi è simpatica.

Poi la “sceneggiatura” di questo film rallenta, si fa più noiosa. Il dottore mostra i reni (due puntini neri) e altra “roba” importante, ma che per me è un pout-purri di macchie indistinte interessanti come un film russo di tre ore che racconta la storia di un senzatetto che pesca rane e girini. E va avanti per diversi minuti.

Poi improvvisamente dopo un quarto d’ora ho un sussulto di attenzione: si vedono i piedini, le mani e le braccia che lei tiene davanti la faccia e dietro la nuca. Come se si volesse proteggere. E ci credo bene: immaginate voi a letto a riposare tranquilli, quando all'improvviso arriva un occhio gigante che si apre nella stanza e, per giunta, "qualcosa" che vi dà dei colpetti per spingervi a voltarvi da un altro lato così da osservarvi meglio! 

Il clou però si raggiunge quando capita sullo schermo la sua faccia. È il momento di passare al 3D. Frida si rivela. Angela, mia suocera, la trova bellissima e non può trattenersi dal dirlo. Simona sembra visibilmente emozionata. Io la guardo con sconcerto. Certo c’è l’emozione di vederla “per la prima volta” in una immagine più realistica rispetto al fantasmatico ed evanescente bianco&nero delle precedenti ecografie che la facevano somigliare più a una nuvola galleggiante che a un essere umano vero e proprio. Però questa Frida post-embrionale e in formazione vista così non mi fa venire certo in mente l’aggettivo: bella. È  semplicemente il ritratto di quello che deve essere in questo momento: una piccola forma di vita dall’aspetto incompiuto. 

Prima foto di Frida dentro la pancia - 20ma settimana 

Siamo al 22° minuto di ecografia. Dopo questi pochi secondi di emozione si ritorna all’esplorazione noiosissima (ma non discuto l’importanza) con tanto di misure, di fermi immagine e di indagini accurate su forme evanescenti:

Dottore: “guardate qui: questo è il palato superiore
Io mi sforzo di individuarlo, ma non vedo nulla. “Dov’è?
Dottore: “è qui, eccolo… è chiaro non è quello molle, ma il palato duro
Io: “Ah ecco”. 

Penso: ma dov’è ‘sto palato? e poi che significa che è duro? che differenza c’è tra i due? Il mio è “ah ecco” lo pronuncio solo per rompere il mutismo da cui sembro affetto da svariati minuti e per mostrare un interesse che in questo momento è assente, tanto quando il palato molle!

Piano piano quelle immagini liquide, il silenzio della stanza (rotto solo di tanto in tanto dal dottore che fa complimenti a Simona per la sua forma fisica - ne ha viste di “balene spiaggiate” su quel tavolo, donne che con la scusa della gravidanza si rimpinzano fino a diventare Jabba the Hutt di Star Wars [vedi foto]- e per gli addominali troppo sviluppati di mia moglie che non ha smesso un attimo in questi mesi di andare in palestra e camminare per chilometri), la semioscurità da sala cinematografica, la noia delle misurazioni accurate mi precipitano in un sonno avvolgente. Mi addormento sul divanetto. Non è onorevole dirlo, ma è la sacrosanta verità. 

Jabba The Hutt
Dormire all’ecografia morfologica della figlia: c’è qualcosa di degenerato in tutto questo. Comunque Simona se ne accorge e chiede alla madre di colpirmi con una gomitata per farmi destare, ma io ho già gli occhi aperti ed evito il colpo. Sono di nuovo presente anche se sogno di tuffarmi nella placenta accanto a Frida e dormire con lei il sonno dei “non nati”.

P.s. per la cronaca l’esame è andato bene e la piccola continua a crescere. 
P.p.s. il dottore ha pregato Simona di smetterla con gli squat e altri esercizi da palestra se vuole che Frida esca senza penare per superare il muro di muscoli che ha creato nella sua vita di sportiva





venerdì 13 marzo 2015

10 motivi per cui è meglio una femmina

Aeroporto di Goteborg. Si torna a casa. Inganno il tempo (ammesso che Lui si lasci beffare. E comunque, alla fine, vincerà il Tempo su di noi, inesorabile e spietato) leggendo un buon libro e per distrarre lo sguardo dalla varia umanità zombesca che affolla i gate dei vari voli.
Zombie perché noi che aspettiamo siamo in una zona d’ombra, non vivi e non morti. Sospesi. Non impieghiamo i minuti e le ore, ma semplicemente lasciamo che passino. Una specie di Purgatorio in cui un Dio oculato ha affittato gli spazi ad ogni genere di attività commerciale. E come è più dolce l’attesa del Paradiso spendendo soldi a comprare Toblerone o bottigliette d’acqua che costano più di una tanica di benzina.  


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Devo distrarmi dalla folla di persone, perché altrimenti non riesco a non pensare alla parola “sovrappopolazione”. E mentre considero il fatto che presto contribuirò a rimpolpare quell’agglomerato virale dannoso, chiassoso e noioso che per convenzione chiamiamo “umanità” mi arriva un messaggio di WhatsApp da Simona che mi comunica che ha fatto un’altra ecografia e per la ginecologa al 90% sarà femmina.
FERMI TUTTI. Che i neuroni non si muovano. che le sinapsi si stacchino. che la corteccia cerebrale vada in standby. FEMMINA! Il sogno si avvera. Anche se il primo pensiero mi dice: 90% femmina? quindi c’è un 10% di maschio dentro di lei? quindi è una sorta di ermafrodito che nasconde dietro il 90% di una piccola vagina delicata l’urlo di un piccolo pene al 10% della sua estensione? quindi al 90% di pura intelligenza devo aggiungere un 10% di sana idiozia da essere primitivo?
Sono abituato ad avere a che fare con il mio PRIMO PENSIERO. È sempre il parto malato di una mente in debito d’ossigeno. Passiamo al secondo pensiero, quello più sano. È un pensiero felice che ha però una titubanza: si può gioire al novanta per cento? Il tizio a cui il medico dice: “ha il 90% di sopravvivere”  ha voglia di esultare o piuttosto si caga sotto perché sa che la Sfiga riesce a fare grandi cose con quel misero dieci su cento?
Ma io voglio essere positivo. Anche perché dal primo istante che ho saputo di diventare padre ho avuto un chiodo fisso: SPERIAMO CHE SIA FEMMINA! Se avessi saputo come pregare lo avrei fatto per avere una gentil donzella dentro la pancia di Simona. Se avessi potuto corrompere chiunque e chiedere raccomandazioni e prostituirmi per avere una “figlia” piuttosto che un figlio lo avrei fatto. Se fosse esistita una formula magica o un rito scaramantico per assicurarmi una femmina come figlio sarei regredito socialmente per raggiungere lo scopo. Mi sarei venduto un arto per una baby girl (ammesso che a qualcuno interessi comprare un arto. che ci fai con un braccio, mediamente muscoloso?) 
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E da buon amante delle liste ecco i 10 motivi per cui speravo con tutto me stesso (e anche parte di altri) che fosse femmina (nel prossimo pezzo del blog scriverò i motivi per cui non avrei mai voluto un maschietto!)
1. Perché avevo nella mia mente il nome FRIDA da sempre e dovevo usarlo  prima o poi. E a un maschio sarebbe stato difficile affibbiarlo. Una volta avevo pensato di assegnarlo a una mia tartaruga, ma l’ho riservavo (e ho fatto bene) a “qualcosa” di più importante
2. Perché le femmine non hanno paura della parte femminile che è in loro!
3. Perché le femmine hanno le emozioni a fior di pelle ed è bellissimo incrociare  le tue con le loro
4. Perché le femmine non si strozzano con il cordone ombelicale che tiene legati i maschi alle mamme per anni e anni e anni e anni dopo che sono usciti dal loro ventre
5. Perché le femmine, almeno la maggior parte, non si rincoglioniscono davanti alle partite di calcio e la domenica non si trasformano in amebe fluttuanti (e pantofolanti) su divani in cui fare la forma. 
6. Perché alla femmine non piacciono i supereroi. a me annoiano tutti, tranne Batman
7. Perché quando una femmina ha capito come risolvere un problema un maschio si sta ancora chiedendo “scusa ma dov’è il problema?”
8. Perché la donna è il futuro dell’uomo
9. Perché la femmina sta all’uomo come l’Homo Sapiens sta all’Homo Neanderthalensis
10. Perché la femmina contiene in sé la Vita, il maschio spesso (e la Storia insegna) è un alleato affidabile della Morte.