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giovedì 6 agosto 2015

Il Cielo Dentro : il motivo per cui avere un figlio

Frida mi ha piantato il Cielo dentro.

Un cielo che si espande. Che si srotola su ogni altro pensiero, che dilaga sulle zone prima oscure, che si posa sul rumore di fondo della vita che passa.

Questa mattina ho voluto tenerla in braccio e godermela. Stringerla tra le mani è come sentire sulla pelle l'impasto molle, caldo e fragrante di un pane buono. Uno di quei pani il cui profumo sembra distillato dalla Natura stessa.

Io e Frida - 6 agosto

Ora finalmente comincio a capire il motivo per cui mettere al mondo un figlio è necessario.

Dimenticatevi delle banalità che impestano i discorsi di chi vuole convincervi che bisogna farlo. Ne elenco cinque che nel corso degli anni non hanno fatto altro che rafforzare il mio desiderio di non procreare:

1) Motivo Di Necessità Imperscrutabile: Devi fare un bambino perché un bambino ci vuole
2) Motivo di Eredità Impellente: Per tramandare i tuoi geni
3) Motivo di Sdolcinato Esistenzialismo: Perché è la Vita che te lo chiede
4) Motivo di Estetica Immotivata: Perché è troppo bello avere figli
5) Motivo di Lotta Continua: Perché così la tua esistenza si rivoluziona

Questa mattina, come dicevo, sono rimasto folgorato e ho capito.

Mentre era tra le mie braccia, Frida - silenziosa - mi guarda. I suoi occhi hanno la profondità e la lontananza delle galassie. sono puntati nei miei e per la prima volta ho l'impressione che mi "guardi" davvero, che i suoi pianeti e le sue stelle entrino in collisione con i miei. Mentre placidamente precipitava nel sonno ho capito che l'Amore può avere sentieri nascosti dietro accessi altrimenti invisibili.

Ho capito che Frida ha portato nei miei giorni la Poesia.  Quella dei pensieri che hanno forma di fiori. Quella dei sogni che abitano gli alberi. Che fa muovere gli steli d'erba al ritmo di un respiro. Un neonato ha questo potere se sai ascoltare la "sua canzone che fa danzare le statue, la sua magia che brucia la pesantezza delle parole, che risveglia le emozioni e dà colori nuovi" (Alda Merini).

Avere un figlio non ha niente a che fare con il piantare il seme dell'immortalità. Almeno per me che non credo in nulla dopo la vita. Avere un figlio non risponde a nessun motivo di "senso". Non ha un nuovo significato per me la mia esistenza. Sono così presuntuoso da credere che prima di Frida non ho abitato per 41 anni il nonsenso. Avere un figlio (una figlia nello specifico che mi riguarda) è "semplicemente" un'amplificazione, come se su quella mappa che disegna le coordinate di chi sei, improvvisamente, fossero comparsi nuovi continenti, terre magnifiche (e anche un po' spaventose, perché no), oceani dai nomi inediti.  Questa per me è la magia di Frida. 

Forse oggi mi è chiaro anche il motivo per cui ho deciso di tenere questo diario in forma di blog. Perché i secondi, i minuti, le ore. Scivolano attraverso le dita dei giorni come farina setacciata e rischi di perdere il sapore degli istanti e di quello che provi. 

Scrivere per me è un modo di scolpire nella pietra le sensazioni. Farle restare per sempre, mentre le onde del tempo si abbattono su tutto con furia distruttrice. Un giorno mi alzerò e mi accorgerò che Frida è grande, adulta, già in allontanamento come un satellite che ha trovato una nuova orbita. Ne sarò felice, ma non voglio che arrivi quel momento fidandomi solo di una memoria strappata e logora. Voglio che ogni mia sensazione sia come un castello su un roccia, al riparo dalla marea dell'oblio. 








mercoledì 29 luglio 2015

Il giorno in cui è nata mia figlia

Frida c'è. 
Dopo averla immaginata, sognata, intuita è venuta alla luce (elettrica) di una sala parto alle 15:17 di un lunedì di fine luglio.

Frida all'età di 3 ore
Tutti si sono sorpresi per l'eleganza della sua puntualità. Perché il gesto della nascita è arrivato con esattezza di sceneggiatura il giorno dopo la chiusura del grande delirio del festival di Giffoni, dove Simona e, soprattutto, io eravamo impegnati fino al collo. Se fosse nata solo un giorno prima sarebbe stata, non dico una catastrofe, ma certamente una bella "gatta da pelare".

Quello che invece ha colpito me è stata la violenza e la bellezza del parto. E della sua preparazione. La formazione esistenziale di un essere umano di sesso maschile non si può dire completa se non ha vissuto un'esperienza intensa come questa. Come osservatore, s'intende.

La venuta al Mondo di un bambino, quando non asetticamente "composta" a tavolino con il taglio cesareo, è una lotta di corpi. È una coreografia di dolori e di emozioni in cui la Madre e la Figlia (o il figlio) recitano le uniche parti che contano. 

La locuzione "parto naturale" evoca in tutti la limpidezza, la semplicità, la scorrevolezza di qualcosa che funziona quasi in automatico. Invece la parola "naturale" alla fine della giornata si rivela per quello che è: la definizione di qualcosa di drammatico, di aggressivo, finanche di "infernale". 
Infernale come solo la Natura sa essere.

Si comincia con il travaglio. Io sono vicino a Simona. Le tengo la mano mentre le onde di dolore montano in lei, monitorate dal "tracciato" di un macchina che ne segue l'evoluzione. Presto i numeri sul piccolo monitor senza fronzoli mi diventano familiari. E quando una certa cifra aumenta sul cardiotocografo (in particolare presto i miei occhi si focalizzano sul valore "toco" che evidentemente misura il picco della contrazione uterina) vedo sul volto di Simona comparire lo strazio.

Col passare dei minuti, delle mezzore, delle ore (ma non tante) il dolore la fa prigioniera. Il suo sguardo si allontana sempre di più, come se fosse ormai concentrato su una zona distante che solo lei può vedere. Il dolore può stordire e quello del travaglio è come uno stupefacente che ti scolla dalla realtà e ti porta in una dimensione in cui, immagino, tutto si distorce in una prospettiva personale. 

Imparo un altro termine che si rivela sempre più luminoso. Come un'insegna che inizialmente ti è estranea, ma poi capisci che è l'unica che ti porterà a destinazione. Il termine in questione è "dilatazione". Qui si parla in centimetri. Maria la dolce ostetrica, giovane e dal volto rassicurante, che a guardarla sembra più una ricercatrice universitaria (precaria) di filosofia che una infermiera specializzata in far nascere bambini, ci fa sapere che la dilatazione della vagina va alla grande. È passata dall'un centimetro delle 10 del mattino ai 4 cm alle 12:30. "siamo a metà strada" ci dice sussurrando e palesemente soddisfatta. "Metà strada", penso io terrificato, guardando la smorfia dolente che è la maschera piazzata salda sul volto di Simona.

Quando la dilatazione è completa mancheranno dieci minuti alle 15. Mi avvio in sala parto. Non si potrebbe entrare, ma mi danno un permesso speciale. Non voglio perdermi questi momenti in cui la lotta si fa più dura, in cui la vita reclama gridando un nuovo posto in mezzo a noi. 

Nei film le sale parto sono piene di macchinari e di colori, il trionfo dell'asettico scintillio del dispositivo elettronico. Nella realtà, quella dove di lì a poco nascerà Frida, è una stanza sì piena di apparecchi dall'aspetto medico, ma questi hanno tutta l'aria di residuati malconci e antiquati, che stanno lì come come pezzi di scenografia da una scena girata in precedenza e non ancora sbaraccati.

In fin dei conti per partorire occorre l'essenziale: un lettino con supporti per le cosce, una lampada che fa luce come i fari del San Siro, un'ostetrica che conduce le manovre davanti alla povera donna divaricata e sudata, il medico che impartisce ordini soavi e si prodiga in consigli che non credo vengano recepiti del tutto e, al limite, un'assistente navigata, svelta ed emozionata per il parto come uno spettatore che vede per la 170ma volta lo stesso film. Addirittura per sentire il battito si ricorre ancora a un aggeggio di legno (vedi foto sotto) che sembra un calice flute dove sorseggiare del "latte spumante" (non esiste, ma sarebbe bello berlo).

Stetoscopio Pinard

Gli ultimi dieci minuti prima dell'uscita di Frida rispettano il classico crescendo (leggasi "climax") di ogni buona storia che si rispetti. Il dolore incalza e deforma in smorfie sataniche il volto di Simona. Le sue mani si tengono sempre più strette alle staffe. I capelli sono zuppi e gli sbuffi della respirazione sono sincopati e bollenti. Io le faccio sentire che ci sono. L'emozione cresce in me, ma non sovrasta il senso cinematografico del momento. Sono concentrato sui dettagli, sono entusiasta di star assistendo a quella esplosione esistenziale che è la nascita.

L'ostetrica mi dice di spostarmi avanti. Si intravedono i capelli di Frida. La testa mi appare - attraverso la stretta feritoia del sesso di mia moglie - come un parallelepipedo piuttosto che come una sfera. Dicono a Simona di spingere con forza. Lei pensa di non farcela. Credo che tutte le madri del Mondo in questo momento hanno la sensazione di perdere le forze, di essere inadeguate fisicamente, di non riuscire a espellere questo "amatissimo nemico" in corpo (non esiste che  si può amare il proprio figlio nell'attimo in cui passa attraverso le tue viscere, nessuno mi convincerà del contrario).

Poi ecco la testa. Quante volte l'ho visto nei film questo momento? Eppure dal vivo è tutto un altro spettacolo. È come aver immaginato il mare per una vita, visto in foto, ripreso in video e poi improvvisamente, per la prima volta, ti ritrovi di fronte alla sua maestosa presenza con tutto il corteo di profumi, di suoni, di brezze alate.

Certo la nascita è molto meno poetica. Molto meno profumata. Molto meno pulita. Molto meno silenziosa.

Tagliano il cordone. Che ne film mi è sempre sembrato più stretto e più aggraziato. Frida piange. È il vagito primitivo che annuncia l'entrata in scena di un nuovo essere umano e della fine della nostra  (mia e di Simona) vecchia vita.

Io non piango, sono ancora stordito dalla bellezza del momento. Lei piange, invece, forse preoccupata dalla bruttezza del Mondo. E mentre la depositano nelle mie mani risuonano in me i versi di una poetessa che amo molto (Marina Cvetaeva):

Vieni vicino al mio petto,
più stretto:
nascere, piccolo, é cadere nel tempo.
Dal non-dove, non-terra,
così rovinosa discesa!
Da spirito in – polvere!
Piangi, bambino, per te, per tutti:
nascere – é cadere nel corpo!
Piangi, piccolo, per il futuro, e ancora:
nascere – é cadere nel giorno!

La tengo piano, impaurito per la fragilità di un essere appena coniato. Non penso che quella è mia figlia. Non penso che quel piccolo umano di tre chili e mezzo farà saltare ogni impalcatura della mia vita fino a quel momento. Non penso a quello che è, quello che è stato e a quello che verrà. Non penso a nulla, come se avessero staccato la corrente nel cervello.

La sua leggerezza nelle mie mani diventa la leggerezza improvvisa del Mondo. E io con lei cado nel tempo.





sabato 11 aprile 2015

Il senso in più

Ieri sera stavo guidando quando ho preso coscienza di una novità su me stesso, di un principio di trasformazione del mio essere (niente paura, non è roba da X-men).

Bambini di Berlino - © Manlio Castagna

Simona accanto a me come sempre, da quando è incinta, mi invita alla prudenza. A evitare tutte le buche (le strade del Sud somigliano a quelle di un territorio di guerra, ma mentre queste ultime hanno l'attenuante di essere corrotte da mine e da bombardamenti, le nostre hanno come unica motivazione la strafottenza di chi le costruisce risparmiando su tutto, tranne che sulla imbecillità e sulla delinquente inettitudine). A non sorpassare quei veicoli che procedono a una velocità che sfida tutte le leggi della fisica del movimento: lenti come fanno l'amore le persone molto anziane. 

Mentre guidavo in queste condizioni, io che di solito sorpasso di "default" (anche se davanti a me c'è un calabrone preferisco mettere la freccia e passargli accanto a tutta velocità, piuttosto che schiacciarlo contro il parabrezza), mi sono visto costretto a stare dietro a un serpentone di macchine degno della più becera delle processioni.

Sbuffando interiormente mi sono presto rassegnato. Poi qualcosa ha attirato la mia attenzione. Una bambina nella macchina di fronte che mi guardava attraverso il lunotto posteriore. capelli biondi, occhi grandi, pallida come un'eroina di un romanzo ottocentesco. Aveva la faccia concentrata in uno di quei giochi mentali di cui solo chi li inventa nel proprio cervello conosce regole, dinamiche e scopi. Chi di noi in auto, da bambini, annoiati e sbadiglianti fino allo solamente delle mascelle,  non si produceva in immaginazioni ludiche per annientare l'attesa dell'arrivo a destinazione? 

Nell'abitacolo quella bambina era del tutto "distaccata" dagli adulti seduti sui sedili anteriori. Dando loro le spalle era immersa nei suoi pensieri e in questo gioco dell'osservazione. Sembrava fissarmi in certi momenti, in altri sembrava persa con lo sguardo a pascolare tra le nuvole. In altri momenti ancora potevo notare le sue labbra chiacchierare in un dialogo solitario. 

Guardandola mi sono scoperto a chiedermi: "Frida un giorno somiglierà a questa bambina?". Si produrrà in queste fantasie da auto? Avrà quegli occhi liquidi che nuotano dentro spazi solo suoi? la sorte le donerà dei capelli biondi, ricci come i miei, lunghi e mossi come quelli dalla madre? avrà questa espressione malinconica da romanzo vittoriano o sarà una luminosa moretta dal piglio pestifero?

Da quel momento per tutta la serata, durante la mia passeggiata per Salerno, ho cominciato ad osservare i bambini (le bambine di più) provando a immaginare. Provando ad estrarre dai loro volti, dai loro movimenti, dalle loro espressioni quei tratti che mi piacerebbe rintracciare in Frida. 

Mi sono reso conto improvvisamente di qualcosa di nuovo che mi stava (che mi sta) capitando. Come se mi fosse spuntato un radar in mezzo al petto (non ho mai visto tanti bambini come ieri sera) o come se ai cinque canonici sensi, se ne fosse aggiunto un sesto. Una capacità percettiva diversa attraverso cui guardare al mondo dei bambini. Ho realizzato che con un figlio (una figlia) nasce anche un padre. Un padre è semplicemente un uomo che ha un diverso istinto e una aumentata capacità di percepire armonie e dissonanze laddove prima vedeva solo piccoli omuncoli o donnuncole dai comportamenti bizzarri e spesso incomprensibili. 

Ieri per la prima volta ho guardato ai bambini con empatia e non con un semplice interesse entomologico (come si guardano a degli insetti per decifrarne dei comportamenti). E così ho avuto  l'improvvisa certezza che l'attesa di Frida è un'emozione prolungata, a volte nascosta nelle pieghe del giorno, altre volte affiorante con prepotenza come un albero piantato al centro della strada, ma sempre una condizione costante. Immanente direbbe qualcuno che bazzica con la filosofia.




giovedì 19 marzo 2015

La festa del papà, San Giuseppe e i calzini

In mezzo a quell’esercito di sfigati celestiali che sono i Santi (il mio non è un giudizio di valore, ma come definire un enorme gruppo di persone morti: con gli occhi cavati, bruciati sulla graticola, crocifissi a testa in giù, lapidati, trafitti da decine di frecce, decapitati, squartati, lacerati? E quando non erano “benedetti” da queste uccisioni degne di una sceneggiatura di Tarantino, se la passavano piuttosto male tra povertà, privazioni, stimmate e altri doni del Signore), uno mi è particolarmente simpatico: San Giuseppe.

A lui è dedicata la festa di oggi. La terribile FESTA DEL PAPÀ. Quest’anno per me sarà l’ultima vissuta da solo figlio, l’anno prossimo salterò la barricata e diventerò anche festeggiato. Non più solo figlio, ma anche padre.


Povero San Giuseppe, non poteva che essere lui il “Patrono” di una celebrazione così sottotono e arrancante. Lui che si è ritrovato un figlio senza nemmeno aver toccato la propria moglie (e pensa che complesso di inferiorità immane avrà avuto nel sapere che aver messo incinta la sua sposa fu nientemeno che Dio!). Lui che nei racconti evangelici non è nemmeno attore non protagonista, ma poco più che comparsa parlante. Lui che nella capanna del presepio sembra essere il nonno di Gesù, tanto si porta male i suoi anni. Lui che è diventato Santo non perché ha fatto chissà quali miracoli o ha subito chissà quali martiri, ma solo perché ha accettato in silenzio un pargolo non suo (vabbè che si tratta di un “bambinello” speciale, però se questo è il criterio della santità a questo punto quanti santi sono nascosti tra di noi. E molti neppure lo sanno!!)

Comunque il buon San Giuseppe, figura sfocata e ingobbita del trittico della natività, è il perfetto rappresentate della snobbata Festa del papà. Il fatto che nessuno mai se ne ricordi è la metafora stessa della figura paterna che spesso diventa poco più che un orpello silenzioso in quel bellissimo percorso (talvolta a ostacoli) che è la gravidanza. Il padre è quello a cui tutti gli altri chiedono come sta la madre. Il padre è quello che la ginecologa non guarda neanche quando dà le sue indicazioni (a volte mi sento come se fossi il personaggio di Ghost - certo meno bello di Patrick Swayze) o elargisce i suoi sorrisi. Il padre è quello che deve correre a raccogliere le fragole a febbraio sotto una serra per soddisfare la voglia improvvisa della moglie incinta. Il padre è quello che nella grotta-capanna del 25 dicembre fa meno figura rispetto al bue e all’asinello. 

La festa del papà per me è sempre stata la telefonata di mia madre al mattino che mi dice: “ti sei ricordato di fare gli auguri a tuo padre?”. 
E io: “sì, sì… stavo per chiamarlo” (certo, come no). 
E poi mia madre aggiunge sempre: “Guarda che ho preso dei calzini e una maglia intima per papà, da parte vostra”. 

Santa donna! Non ricordo mai un regalo comprato di nostra volontà da parte mia e dei mie fratelli. Quindi in poche parole la festa del papà è la festa del calzino (o per i più chic: della cravatta). È il trionfo di questo regalo tanto utile, quanto squallido nella sua trita ripetitività. 

Allora, se un giorno leggerai questo post Frida, ricordati tre semplici cose:
  1. Se non ti ricorderai della festa del papà non solo non mi offenderò, piuttosto farò un regalo io a te a fine giornata.
  2. Se dovessi sciaguratamente ricordartela (la ricorrenza): evita i calzini (e le cravatte). È meglio se mi pianti un paletto di frassino nel petto, lo trovo meno avvilente.
  3. Se volessi lottare per qualcosa di poco importante, ma divertente nella vita: combatti per l’abolizione di questa festa e di tutte quelle che celebrano per un sol giorno chi dovrebbe  invece essere ricordato a prescindere (e quindi accomuno anche festa degli innamorati, della donna, e della mamma - che nella hit parade delle feste va proprio forte).
Buona Festa del Calzino… pardon.. del Papà a tutti!

lunedì 9 marzo 2015

Perché "Non chiamarmi papà"

Ho sempre avuto una decisa avversione per i “titoli familiari”: nonno, suocero, zio e perfino mamma e papà. Io ho un desiderio: che mia figlia non mi chiami mai papà!
È una mia idiosincrasia (apro una parentesi, e ve ne sarete accorti, su questa parola bellissima. Tutti noi sappiamo, o faccio finta di sapere, che significa “profonda avversione” o antipatia verso qualcosa o qualcuno. Però la sua origine greca rivela un senso più profondo: idios  sta per “proprio” e di synkrasis  per “carattere” o “inclinazione spirituale”. Come a dire che certe repulsioni e certe ostilità che sembrano immotivate, sono spesso solo da attribuire al nostro carattere, cioè a “come siamo fatti”). 
“Nonno e nonna” sono titoli che per me sanno immediatamente di stantio. Di qualcosa che improvvisamente si ricopre di ragnatele, di passo un po’ infermo, di racconti che nessuno vuole ascoltare, di pantofole che strusciano sul pavimento, di profumo stantio, di vestiti desueti e cadenti, di borbottii lamentosi, di posti lasciati vacanti in autobus per farti sedere.
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Certo lo so benissimo che sono immagini stereotipate di nonni da film o di nonni ormai decaduti, ma le parole portano con loro sempre un’immagine che si forma nella  nostra mente. Per questo quando una donna o un uomo ancora giovani o giovanili vengono investiti da questo terribile peso (diventare nonni) li sento improvvisamente invecchiati, come povere vittime di un incantesimo di una strega rompicoglioni. Per questo il giorno in cui qualcuno mi chiamerà nonno, sentirò calare su di me il sipario della vita.
“Zio e zia” mi procurano una vertigine di cattivo sapore ancora più intenso. Nel corso del tempo ho provato ad eliminare quasi del tutto questa abitudine malsana di dare dello “zio” a chi ne ha diritto. L’etimologia lo fa risalire alla parola greca “theios” che significa divino e quindi legato al concetto di rispetto verso il fratello (o una sorella) del genitore. Io col divino ho un rapporto incerto e per quanto riguarda il rispetto verso un ruolo, beh ho un rapporto ancora più difficile. Per me le persone vanno trattate per quelle che sono, non per essere il “fratello di”, “cugina di”, “figlio di” (riempire quest’ultima locuzione a piacere). Poi da quando i rapper hanno adottato la parola “zio” come saluto all’altro, credo si sia raggiunto il capolinea del significato.
Potrei continuare, ma mi fermo qui, per tornare all’inizio. Non voglio essere chiamato Papà. È come se fossi privato della mia identità di Manlio. io ci sto bene dentro il mio nome, sembra tagliato su misura sulle mie spalle e sul mio carattere (e sulle mie idiosincrasie). Papà mi fa perdere i capelli e mi fa cadere su un divano. Papà mi fa sentire in bocca il gusto amaro di una tradizione da perpetrare. In poche parole essere chiamato papà mi fa sentire come se dovessi rinunciare alla agilità del mio nome “speciale” per abbandonarmi al dispiacere dell’essere comune (non a caso è un nome COMUNE di persona).
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E poi pensateci: è una parola troppo facile. Pa pa pa pa. È la lallazione primaria dell’infante. Che fantasia… scegliere i primi suoni che emette il mini-uomo o la mini-donna come nome da affibbiare per una intera vita a un genitore. Diamo un po’ di stimolo a questi bambini, abituiamoli alla diversità!
Qualcuno, pensando di aver capito il problema, mi dice: “fatti chiamare Babbo, allora”. È peggio credetemi. Babbo mi fa crescere la barba e venir la voglia di mettermi una pipa in bocca. Babbo mi fa sentire un “buon uomo” e non immaginate quanto disagio mi inietti nel cervello un’idea del genere. No Babbo no. Scartato.
A dire papà, babbo e mamma son buoni tutti, anche il più rincoglionito dei marmocchi. Io vorrei qualcosa di più, io vorrei che fosse lei, mia figlia, a decidere come chiamarmi. E poi io non la chiamerò mica FIGLIA, io la chiamerò per nome, le riconoscerò la sua identità. Da subito. Par condicio, please.
Io  vorrei essere chiamato semplicemente Manlio. O Kappa come mi chiamano alcuni miei amici (la storia del mio vecchio soprannome è lunga e ha a che fare con una K tatuata sul mio braccio e con Kafka che ho sempre amato). O come diavolo le verrà in mente di chiamarmi. Ma essere un “papà” in mezzo a tanti papà tutti uguali (di nome almeno) proprio non mi va giù.
Scena: davanti scuola, lei esce e comincia a chiamare papà. E il suo è un suon simile in mezzo ai tanti e le tante che chiamano papà. Un’orgia di nomi tutti uguali, un baccano unisono, una confusione in cui le identità si sono fuse in un unico bolo semantico.
E allora, ti scongiuro Frida, non chiamarmi papà. Anche se ti diranno che così l’autorità viene meno. Anche se le mamme sui forum inorridiscono davanti a questa eventualità (ecco cosa scrive una di queste madri isteriche: “quella di chiamare i genitori per nome è una fase che molti bambini attraversano, spontaneamente. Il mio mi ha sempre chiamato mamma, suo padre lo chiama papà,ma ogni tanto per nome. Poi passa”. POI PASSA??? ah quindi è una malattia della crescita, buono a sapersi). 
Per concludere: diffidate dei  i “forum delle mamme” e combatteteli, sono più pericolosi e deliranti di quelli degli jihadisti!

lunedì 23 febbraio 2015

L'annuncio della gravidanza: segnali di vita dal Trofoblasto

11 dicembre 2014, mattina. 99 mesi esatti dal giorno in cui io e Simona ci siamo messi insieme. Vado dal mio amico Alessandro per mettere a posto i capelli che nei mesi della mia permanenza a Doha hanno assunto la forma di una scarola riccia post atomica. 
Si dice che i grandi tagli nella propria esistenza si producano con un bel “zac” delle forbici del parrucchiere. Non a caso molte donne, e qualche uomo più illuminato, cambiano acconciatura alla vigilia o subito dopo un momento cruciale della propria vita. Ma io non ero andato lì con quella intenzione: non avevo una nuova vita da ricominciare, nessun cuore infranto da rimediare con un’acconciatura degna di Uomo vogue (nella foto che segue delle possibilità tar cui scegliere guardando ai miei antenati nel corso della storia). 
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Eppure su quella sedia imbottita, abbigliato con una poco virile mantellina annodata alla gola per raccogliere i capelli superflui e con il cervello ammorbidito da uno shampoo caldo, stava per arrivare la notizia che avrebbe terremotato la mia vecchia vita.

Arriva un messaggio via WhatsApp, il messaggero moderno di sventure o di fortune. Simona mi dice che deve parlarmi, ha ritirato le analisi del sangue. Il cuore comincia a pulsare come se a prenderne il controllo fosse John “Bonzo” Bonham (per chi è a digiuno di musica: è il batterista rock più grande di tutti i tempi). 
I dubbi dei giorni scorsi che avevano fatto apparire lo spettro della gravidanza si sciolgono in una certezza: Simona è incinta. Ha ritirato gli esami del sangue. La BetaHCG (sembra roba da Interstellar => vedi foto, mentre è “semplicemente” il valore della gonadotropina corionica umana, un ormone che viene prodotto dal trofoblasto - primo abbozzo di quella che poi diventerà la placenta - all’incirca sette giorni dopo la fecondazione e proprio per questo viene utilizzato come segnale inequivocabile di una gravidanza in atto) è talmente alta che potrebbe esserci una squadra di calcio dentro di lei.
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La mia reazione è paragonabile a uno sprofondamento in uno spazio siderale. Mi sento come Sandra Bullock in Gravity (Clooney è troppo figo per avvicinarmi a lui anche solo come fantasia). Improvvisamente i suoni si attutiscono, i colori perdono consistenza, la mia testa diventa una buccia di pensieri molli come i budini di gelatina delle feste dei bambini americani. 
Il primo su cui scaricare il fardello della notizia è il mio amico Gianvincenzo. Leggo nei suoi occhi lo smarrimento. Non sa se farmi gli auguri o tacere in un mortificato silenzio di cordoglio. Sa bene che non sono esattamente un fan della vita su questa terra e ho sempre considerato la procreazione alla stregua di una proliferazione batterica pronta ad annientare il pianeta su cui viviamo. 
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Tornando verso casa in auto si affolla nella mia mente una serie di domande senza senso. Solo uno spermatozoo su milioni ce la fa a raggiungere l’ovulo e a fecondarlo. Chi era questo temerario? Come si chiamava questo eroe (mi piace pensare che abbia un numero più che un nome. Per me è S27)? Dove si è allenato per superare gli altri (la velocità media è di 2-3 millimetri al minuto, allora il buon S27 deve essere arrivato almeno a 5mm al minuto, più veloce di certi tizi che incontro allo stadio quando vado a correre alla mattina). 
E domanda delle domande: quando è avvenuto questo fatale incontro con un Ovulo - che ho sempre immaginato come il “mostro” di fine livello nei videogame degli anni 80/90 - dopo aver superato l’ambiente ostile e pieno di pericoli della Vagina (neanche fosse Mordor, la valle oscura de Il signore degli anelli)?