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sabato 28 marzo 2015

Horror Parto

Se io dovessi dare un consiglio, uno solo, a una donna in procinto di partorire per la prima volta sarebbe questo: “Non chiedere come sarà il parto a una donna che l’ha già fatto”. 

Perché? Perché i racconti di chi ha partorito spaventerebbero anche un duro come Chuck Norris. Nei racconti di chi ha già messo al Mondo un figlio ci sono tutti gli elementi del pulp-horror: sofferenze indicibili, sangue, cordoni soffocanti, profusione di liquidi e dolore. Ancora dolore e tanto dolore. 

Illustrazione di Mary Clark Ladd 

La scena è sempre la stessa e si ripete (da un punto di vista narrativo) con rassicurante schematicità. Come se un autore dalla vena caustica avesse scritto una sceneggiatura terrificante e spassosa allo stesso tempo, che tutte le ex-partorienti hanno imparato a memoria. Le uniche variabili hanno a che fare con i dettagli del parto.

Ecco la sequenza.

Incontri per caso la mamma che apprende la notizia. Subito la vedi indossare il suo sorriso più smagliante. È felice per te, ti dice che è la cosa più bella che possa capitarti, che è lo sconquasso sublime della tua vita. 

Simona si passa le mani sulla pancia che ormai è cresciuta e, pur senza essere grossa come un pallone ad elio che non vuole alzarsi da terra, ha tutta la dignità di “pancia da gravidanza” (fino a poco fa potevi scambiarla per lo stomaco gonfio di una alcolizzata dedita a serate di birra e vino). Poi dice con la voce rotta da un autentico e sottile terrore, con quel tono di chi non vuole altro che essere rassicurata: “Ho solo paura per il parto”.

Qui il volto della mamma subisce una lieve mutazione. Quasi impercettibile, ma se osservi con attenzione te ne accorgi. Le labbra hanno sempre la forma di un sorriso, ma diventa più stirato, come incrinato da una certa perfidia. Negli occhi brilla la luce di un ricordo e l’espressione si colora di quelle sfumature che hanno i saggi quando raccontano di esperienze che serviranno al progresso dell’umanità.

Comincia sempre così: “Ma no Simona non devi preoccuparti. Figurati”. 
Pausa. 
Simona fa l’errore di chiedere: “ a te come è andata?”. 
Improvvisamente la mamma diventa un narratore. Anche chi non si è mai presa la briga di raccontare una storia al proprio figlio la notte prima di addormentarsi, ora tira fuori una vena da scrittore da fare invidia a Stephen King e John Grisham. 

Qui vanno in scena le variazioni sul tema:

“Guarda per me è stato terribile. Ho avuto 11 ore di travaglio” (giuro non sto esagerando, una ragazza ha detto questo e io c’ero). Vedo la faccia di Simona trascolorare. Mi guarda come a dire: “perché non lo fai tu il bambino?” e sento la stretta della sua mano che si fa più tesa nella mia. E poi il racconto va avanti con dettagli raccapriccianti di dolori inauditi. Ma tutto raccontato con simpatia, con divertimento, con quel sano eroismo che contraddistingue una madre-coraggio.

Un’altra ci ha raccontato del proprio figlio che stava per essere strangolato dal proprio cordone ombelicale. “Aveva il colore di quella sciarpa lì la sua faccia” indicando un capo d’abbigliamento viola scuro. 

Un’altra le ha narrato del proprio figlio che stava per morire soffocato nella sua placenta perché non so come era fuoriuscito “quasi tutto il liquido” e non aveva più di che respirare.

Un’altra ha detto “hai presente il dolore delle coliche, moltiplicalo per 10”. (io quel dolore una volta l’ho provato e se lo divido per due pure mi sembra insopportabile!)

Un’altra ancora ha avuto il problema che la bambina era così grande (alla fine pesava 5.3 kg) che dopo tutto il travaglio in cui questo ibrido tra “essere umano” e “essere manzo” non voleva saperne di uscire da una fessura troppo piccola per la sua stazza, ha dovuto ricorrere al cesareo.

Un’altra ancora ha confessato di aver partorito strillando e scalciando.

Il parto è il vero spauracchio di ogni donna incinta. Almeno così credo, non ho una statistica precisa, ma per esperienza diretta lo sono quasi certo. 

Così come è sicuro che qualcosa di provvidenziale nella memoria di una donna aiuta a cancellare il suo ricordo traumatico, altrimenti ci sarebbero solo figli unici. Anzi chi è già alla seconda gravidanza (e a maggior ragione per quelle eroine folli che arrivano anche alla terza - lasciamo stare quelle dalle 4 in su: qui si parla di abominio) vive con più rilassatezza il momento del "delivery" (per dirla all'inglese, termine che mi piace molto). 

Certo già sanno a cosa vanno incontro, direte voi. Ma se a me dovessero dire: "tu hai già avuto una colica, quindi sarai più rilassato alla seconda", io guarderai questo mentecatto con occhi pietosi e increduli. 

La verità, in sintesi, è che non ho consigli da dare in quanto maschio (e quindi gioioso invertebrato che godrà della nascita della sua figlia senza il travaglio del momento) se non quello riportato all'inizio: se una donna volesse raccontarvi il suo parto, mettetela a tacere! In tutti i modi possibili. Violenza compresa. 

sabato 21 marzo 2015

Stanotte ho saputo che c'eri

Ricordo una frase di un libro di straziante bellezza (“Lettera a un bambino mai nato”) in cui Oriana Fallaci scrive: “ Stanotte ho saputo che c'eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d'un tratto, in quel buio, s'è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri”.

Ci ho pensato ieri notte quando in questo letto estraneo, sopra il silenzio orizzontale di Piazza Cavalli a Piacenza, Simona mi ha chiesto: “Si muove Frida, vuoi provare a sentirla?”. Non ha nemmeno finito la frase che la mia mano, come una sonda spaziale in cerca di acqua su Marte, era già sulla superficie liscia, tesa e tonda della sua pancia. 

21ma settimana di gravidanza
21ma settimana - Piacenza

Una pancia che cresce come della pasta che lievita pacifica nel canovaccio durante la notte. Una pancia che è un corpo amplificato, una dilatazione ripiena di mistero. 

Simona guida la mia mano, la tiene come si tiene uno strumento altrimenti goffo e inutilizzabile. La sposta sopra questo “Mondo” di cui ignoro i segnali interni e di cui lei invece conosce tutti i fiumi che scorrono dentro, il paesaggio nascosto, la geografia dei palpiti, i piccoli maremoti vitali. Io sembro un cieco che si muove lungo un muro in cerca di qualcosa che gli indichi la strada. Un appiglio, un'escrescenza, una crepa familiare, un ciuffo d'erba soffice al tatto.

Faccio silenzio, cerco di non respirare, per non confondere il battito del mio cuore dentro la mia mano con un banale (ma quanto importante) calcetto della nostra bimba in costruzione. 

Lei mi chiede: “La senti?”
Io non mento: “No”

Allora lei continua a far muovere la mia sonda-mano sulla crosta morbidissima del pianeta Frida. "Per chi ha paura tutto fruscia", scriveva Seneca. Ma anche per chi desidera. Poi improvvisamente sento sotto la mia mano un colpetto secco e distinto. Quasi mi pare di percepirne anche il suono. Resto silenzioso, non voglio sprecare l’attimo. Simona mi chiede speranzosa se questa volta il “sordo ha sentito” (non dice queste parole, ma è così che mi sento: inabile a "sentire"). La domanda rinforza la mia certezza. Allora quel colpetto era Lei.

Stanotte ho saputo che c’eri. Perché quando la vedo nell’ecografia, a me fa l’effetto di un fantasma lontano, simpatico, ma inesistente. Un’immagine mediata dal video, come quando vedi un luogo che ami in tv e hai solo una vaga emozione, una traccia sbiadita delle sensazioni che quel posto ti ha dato dal vivo. E anche se la ginecologa ti regalo il battito del suo cuore non puoi provare l’esplosione emotiva della sua esistenza, se non sei tu a caricare di significato quel tamburo veloce dal timbro un po’ metallico che forma una frequenza d'onda sinonimo di vita.  

Invece il piccolo attrito del suo corpo minuscolo contro la pelle matura della tua mano è un certificato di esistenza inequivocabile. Un lampo di certezza che ha illuminato la bruna notte piacentina. Ciao Frida, benvenuta nei miei sensi. 


venerdì 6 marzo 2015

I 5 tipi di reazione al tuo annuncio di avere un figlio

Il mio nuovo hobby in questo periodo è “annunciare agli altri che diventerò presto padre”. È un passatempo estremamente divertente e capace di illuminarmi ancora una volta sulle tipologie umane e sulle, sempre meno, sorprendenti dinamiche umane.
Ecco a voi i 5 tipi di persone che reagiscono alla tua imminente genitorialità:
GLI ESISTENZIALISTI: li riconosci dal sorriso angelico che si dipinge sulle loro facce alla notizia e quella strana luce che sembra improvvisamente circonfondere la loro testa. È come se improvvisamente fossero stati toccati dalla luce divina. Le frasi tipiche sono: “I figli sono la gioia più grande”; “Non potevi darmi una notizia più bella”; “ora finalmente hai trovato un senso alla tua vita” (come se avessi speso i miei primi 41 anni di vita a cazzeggiare o a contare le nuvole sopra la mia testa con un filo d’erba in bocca). Agli esistenzialisti io di solito rispondo con un sorriso o accondiscendendo alle loro parole. mai contraddire un santo



GLI URLATORI: sono quelli che alla notizia gridano e da quel momento in poi durante la conversazione avranno sempre un tono di un’ottava sopra la loro media abituale. Cominciano con “Nooooo davvero???” (io gli risponderei: no stavo scherzando, era solo per farmi bucare i timpani che te l’ho detto). Poi vanno avanti con “Non ci posso credere” (non ti ho mica detto che ho scoperto dove si trova il Sacro Graal o di aver svelato il mistero dell’Isola di Pasqua). E continuano a gridare cose del genere: “Bellissimoooo. Sono troppo contenta (si di solito sono donne) per voi”. Non si curano di chi è intorno, di dove ti trovi, del concetto di discrezione. All’urlatore di solito reagisco abbassando il tono delle mie parole, come se volessi equilibrare questa alterazione comunicativa. Oppure cerco di tagliare subito facendo sfoggio di cinismo e sana disillusione, per smorzarne l’entusiasmo che deraglia presto verso la pura follia.


I PROFETI DI SVENTURA: sono genitori da poco, ma non abbastanza poco da essere ancora incoscienti. Sono quei tipi il cui figlio/a non arriva all’anno di età. Li vedi scavati in volto e con l’atteggiamento di chi è appena uscito da un campo di prigionia. Ti guardano con occhi mesti, ma penetranti. Con l’espressione di chi la sa lunga e il sorriso alla Joker che è segno di sventura. Ti dice: “Ah auguri! (detto col tono di “condoglianze”) Ora vedi come ti la cambia la vita”. Qui io già vorrei scappare via o chiamare la polizia. Ma questo è solo l’inizio. “Riposa adesso, che poi quando nasce non si dorme più”. Io rispondo di solito che non amo dormire e non mi peserà. Questa cosa un po’ li disorienta. “Ah bene, ma vedrai quando cominciano a piangere e non la smettono più”. Cerco di buttarla sull’ironia dicendo che ho pensato di foderare la mia stanza con isolanti acustici e di aver fatto scorta di tappi per le orecchie. E qui sferranno l’attacco finale: “ Poi cominciano le colichette…” qui fanno una pausa grave carica di nefaste premonizioni. Ho come l’impressione che cali il buio, che i corvi si accalchino sui rami fuori, che risuoni nell’aria una nota musicale profonda e infinita.


I COMMISSARI DI POLIZIA: non sono semplicemente curiosi e contenti, ma sembra che stiano svolgendo un’indagine e tu sia l’indagato principale. Le loro sono domande a raffica da cui ne esci stordito, e il più delle volte colpevole. Iniziano con la domanda di rito fatidica: “Di quanti mesi è?”. Qui io già vado in confusione, come un delinquente dall’alibi imperfetto. Il fatto è che non ricordo mai come si calcolano queste maledette settimane e come diventano mesi. Il tempo della gravidanza sovverte il calendario classico e tutto diventa più complesso, informe e aleatorio. Grazie a svariate app che ho scaricato quasi sempre riesco a rispondere almeno in settimane (anche se su alcune di queste escono dei simboli tipo 18w4d che mi fanno sentire come se mi trovassi improvvisamente dentro The IMitation Game e dovessi decodificare un codice di guerra. per la cronaca 18w4d significa 18 settimane e 4 giorni). Ma la tipologia commissario non si accontenta. “Si, ma in mesi quanto è?”. È lì a fare calcoli. Poi comincia la raffica “Che sesso è? Quando nasce? Parto naturale? Che clinica? Chi è il tuo ginecolgo? E tu volevi la femmina? E Simona? Avete già scelto il nome? Ah bello, ma perché questo nome? E ai tuoi piace? E ai suoceri? Contenti che sia femmina loro? Avete già preso la culla? Il trasportino (ah no quello è per i cani, per gli esseri umani si chiama passeggino…)? Avete preso il fasciatoio? Il fasciatoio è fondamentale! La cameretta di che colore è? Ma dormirà da solo o nel lettone?”. È non ti molla fino a quando non sei così esausto che confessi: “Sì l’assassino sono io!”



GLI SCETTICI: sono quelli che sembrano sappiano tutto di te,  anzi ti conoscono meglio di te stesso. Sono coloro i quali alla notizia che diventerai una padre, corrucciano la fronte e domandano “Ma tu  non sei quello che non voleva figli?”. Mi sento in trappola, mi hanno scoperto. Quindi ora per coerenza dovrei interrompere la gravidanza di mia moglie? Sono quelli che ti dicono: “Ahahaha ora già ti vedo con un passeggino in mano. Tu impazzirai per lei, ti conosco troppo bene”. E cominciano a delineare con una precisione da biografo quello che farai e quello che non farai e non crederanno a niente che non si sposi con questo ritratto che hanno preparato. Loro ti dicono : “Vedrai quando si fa teenager e ti portano il primo fidanzato a casa”. Io: “E vabbè, che c’è di male… sarò felice di conoscerlo”. Loro: “Ahahhaa (ridono sempre gli scettici, come se la risata fosse un colpo di  mitra alla tua credibilità”) se se poi vedi come sei contento. Come se non ti conoscessi!”. Lo scettico non lo convincerai mai, nemmeno con l’evidenza dei fatti. Quindi meglio assecondarlo. Tanto è innocuo.