sabato 11 aprile 2015

Il senso in più

Ieri sera stavo guidando quando ho preso coscienza di una novità su me stesso, di un principio di trasformazione del mio essere (niente paura, non è roba da X-men).

Bambini di Berlino - © Manlio Castagna

Simona accanto a me come sempre, da quando è incinta, mi invita alla prudenza. A evitare tutte le buche (le strade del Sud somigliano a quelle di un territorio di guerra, ma mentre queste ultime hanno l'attenuante di essere corrotte da mine e da bombardamenti, le nostre hanno come unica motivazione la strafottenza di chi le costruisce risparmiando su tutto, tranne che sulla imbecillità e sulla delinquente inettitudine). A non sorpassare quei veicoli che procedono a una velocità che sfida tutte le leggi della fisica del movimento: lenti come fanno l'amore le persone molto anziane. 

Mentre guidavo in queste condizioni, io che di solito sorpasso di "default" (anche se davanti a me c'è un calabrone preferisco mettere la freccia e passargli accanto a tutta velocità, piuttosto che schiacciarlo contro il parabrezza), mi sono visto costretto a stare dietro a un serpentone di macchine degno della più becera delle processioni.

Sbuffando interiormente mi sono presto rassegnato. Poi qualcosa ha attirato la mia attenzione. Una bambina nella macchina di fronte che mi guardava attraverso il lunotto posteriore. capelli biondi, occhi grandi, pallida come un'eroina di un romanzo ottocentesco. Aveva la faccia concentrata in uno di quei giochi mentali di cui solo chi li inventa nel proprio cervello conosce regole, dinamiche e scopi. Chi di noi in auto, da bambini, annoiati e sbadiglianti fino allo solamente delle mascelle,  non si produceva in immaginazioni ludiche per annientare l'attesa dell'arrivo a destinazione? 

Nell'abitacolo quella bambina era del tutto "distaccata" dagli adulti seduti sui sedili anteriori. Dando loro le spalle era immersa nei suoi pensieri e in questo gioco dell'osservazione. Sembrava fissarmi in certi momenti, in altri sembrava persa con lo sguardo a pascolare tra le nuvole. In altri momenti ancora potevo notare le sue labbra chiacchierare in un dialogo solitario. 

Guardandola mi sono scoperto a chiedermi: "Frida un giorno somiglierà a questa bambina?". Si produrrà in queste fantasie da auto? Avrà quegli occhi liquidi che nuotano dentro spazi solo suoi? la sorte le donerà dei capelli biondi, ricci come i miei, lunghi e mossi come quelli dalla madre? avrà questa espressione malinconica da romanzo vittoriano o sarà una luminosa moretta dal piglio pestifero?

Da quel momento per tutta la serata, durante la mia passeggiata per Salerno, ho cominciato ad osservare i bambini (le bambine di più) provando a immaginare. Provando ad estrarre dai loro volti, dai loro movimenti, dalle loro espressioni quei tratti che mi piacerebbe rintracciare in Frida. 

Mi sono reso conto improvvisamente di qualcosa di nuovo che mi stava (che mi sta) capitando. Come se mi fosse spuntato un radar in mezzo al petto (non ho mai visto tanti bambini come ieri sera) o come se ai cinque canonici sensi, se ne fosse aggiunto un sesto. Una capacità percettiva diversa attraverso cui guardare al mondo dei bambini. Ho realizzato che con un figlio (una figlia) nasce anche un padre. Un padre è semplicemente un uomo che ha un diverso istinto e una aumentata capacità di percepire armonie e dissonanze laddove prima vedeva solo piccoli omuncoli o donnuncole dai comportamenti bizzarri e spesso incomprensibili. 

Ieri per la prima volta ho guardato ai bambini con empatia e non con un semplice interesse entomologico (come si guardano a degli insetti per decifrarne dei comportamenti). E così ho avuto  l'improvvisa certezza che l'attesa di Frida è un'emozione prolungata, a volte nascosta nelle pieghe del giorno, altre volte affiorante con prepotenza come un albero piantato al centro della strada, ma sempre una condizione costante. Immanente direbbe qualcuno che bazzica con la filosofia.




mercoledì 8 aprile 2015

La memoria dei nostri figli

Noi siamo qui per essere la memoria dei nostri figli.  Non ricordo dove ho letto questa frase (forse ne "L'ombra del bastone" di Mauro Corona). O se mi è capitata di ascoltarla in un dialogo di un film. 


Però, come sempre faccio con ciò che mi sorprende, l'ho appuntata. Non mi importa da dove provenga. È un pensiero potente, musicale, intenso e non posso che sentirlo mio. In fondo diventano parte delle nostra carne gli aforismi che sentiamo più nostri, quelli che ci somigliano. O somigliano al nostro pensare.

Frida - ecografia 23ma settimana

Voglio essere per Frida la memoria di un tempo che non ha mai vissuto. Voglio essere per lei un “cassetto pieno di ricordi” che può aprire a suo piacimento e dentro il quale può mettersi a sfogliarli. Non uno di quei tiretti polverosi dove le cose riposano dimenticate in una cianfrusaglia che toglie loro dignità e identità (quanti di noi hanno a casa posti del genere, dove giace ciò che ormai non ci è più utile o di cui abbiamo scordato la funzione. cose di cui non sappiamo liberarci, perché aspettiamo quel giorno in cui avranno di nuovo un senso), bensì un “posto” vivo dove anche le memorie sono vive. 

Voglio raccontarle le storie di uomini che non ci sono più, di musica che si è smesso di ascoltare, di quadri che la gente ha dimenticato. Voglio narrarle di quei giorni che si ammassano alle spalle del primo giorno in cui lei sarà in questo Mondo. Quei giorni che saranno sbiaditi e confusi, pieni di ore, minuti e secondi che tutti insieme fanno l’impasto molle che chiamiamo “passato”.

Voglio essere la sua nostalgia di un Tempo che ha preceduto il "suo tempo". Ma senza la malinconia di ciò che si è perduto. Perché come scriveva Albert Camus (tra i miei scrittori preferiti): “Il pensiero di un uomo è innanzitutto la sua nostalgia”. E allora voglio che Frida sia non solo la figlia dei miei geni, del mio seme, della mia carne, del fiume scrosciante delle mie vene, del mio amore per sua madre, ma anche e soprattutto la figlia del mio pensiero. 

Voglio essere la memoria dei profumi che mi hanno inebriato, delle poesie che mi hanno incatenato a un piacere, delle note che ho attraversato come ponti per arrivare al fondo di me stesso. 

Voglio essere per Frida il ricordo dei luoghi che ancora non ha visto. O che non vedrà mai. Quei posti che lasciano orme dentro gli occhi e come spettri ebbri danzano dentro i sogni, dentro le nostre fantasie. Voglio raccontarle di città in cui mi sono perso, quelli in cui ho trovato pezzi di me che pensavo non esistessero. Voglio dipingerle paesaggi con le tre matite colorate del mio stupore. 

Noi siamo qui per essere la memoria dei nostri figli.

Per ricordar loro che quando si viene alla luce, non lo si fa dentro una caverna buia, ma dentro un flusso luminoso che esiste prima della loro venuta. Siamo qui, sono qui, per mostrare a Frida le strade già percorse che lei potrà decidere di guardare o ignorare, perché mostrare la via è un atto di gentilezza. E la gentilezza è il modo migliore per cominciare ogni rapporto umano. 

Noi siamo qui per essere la memoria dei nostri figli e se quella memoria perdura, non dico che ci risparmieremo la morte, ma almeno sarà più sensato il nostro affannarci nel voler restare in vita. Sarà più dolce la nostra tentazione di esistere.

domenica 5 aprile 2015

Immagina un Mondo senza religione

“Forse c’è da scoprire un tesoro che può arricchire la civiltà: ed è che vale la pena di tentare un’educazione irreligiosa”.


John Lennon cantava "immagina che non esista alcuna religione"

A scriverlo è uno degli uomini che ha segnato la storia del pensiero umano: Sigmund Freud. E io guardo sempre con grande ammirazione al barbuto professore viennese. 

Io sono pronto a tentare questa educazione con mia figlia: ad insegnarle che la religione è un’illusione, è una cattiva fantasia psichica, è un pericolo. 

Non battezzerò Frida. La simbologia che c’è dietro questo rito mi inorridisce. Pensare all’idea che nasciamo macchiati da un peccato è una dichiarazione di totale sfiducia nell’essere umano. Io non ci vedo niente di sporco e corrotto in un neonato. È sicuramente dopo, con l’aumentare dei contatti con gli altri simili, che l’uomo si insozza e finisce per diventare quello che è. Non appena è gettato nel Mondo. 

Siamo creati come corrotti e poi ci viene ordinato di fare del bene. A fare da supervisore a questo processo c’è una dittatura celestiale, una specie di Corea del Nord del regno dei cieli. Ingorda, esigente, bramosa di acritico apprezzamento dall’alba al tramonto ma sempre pronta a punire il peccato originale del quale ci ha teneramente fatto dono”. Bellissime parole di Christopher Hitchens: scrittore, giornalista, tra i più celebri e influenti critici delle religioni.  

Non le seminerò nel cervello immagini di nuvolette e cieli azzurri da depliant del Paradiso, né la terrorizzerò con le immagini torride di un Inferno rosso sangue. Non le farò credere che un Libro scritto da uomini illusi sia un testo a cui rifarsi per decidere se qualcosa è buono o qualcosa è male. 

La religione è un’illusione, come ha ben spiegato Freud nel suo libro “L’avvenire di un’illusione” che ho letto ai tempi dell’università e che da allora ha lasciato un segno profondo nel mio cervello. 

Dio  (o i vari Dei che popolano le fantasie intime di miliardi di persone) è stato creato per rispondere a un triplice compito: “1. Esorcizzare il terrore della natura. 2. Riconciliare l’Uomo con il destino (vedi morte). 3. Offrire una consolazione per le sofferenze e le privazioni della nostra vita socializzata”. Non dico che non sia “utile” Dio. E non credo di essere Ateo. Ma sono profondamente e assolutamente antireligioso e sarebbe stupido da parte mia educare diversamente mia figlia, che poi sarà libera di scegliere. Naturalmente. Ognuno ha il sacrosanto diritto di scegliersi le proprie illusioni. 

Troppi scempi si compiono in nome della religione (e lo stiamo vedendo nella cronaca nefasta degli ultimi giorni, degli ultimi mesi, degli ultimi anni, degli ultimi secoli), in nome di dogmi e di credenze che sono un potente anestetico per le persone. La religione non fa bene. Chiediamoci: “è un bene per il mondo fare appello alla nostra credulità e non al nostro scetticismo? È un bene per il mondo venerare una divinità che prende parti nelle guerre e negli affari degli uomini? Aggrapparsi alle nostre paure e al nostro senso di colpa, al nostro terrore della morte, è un bene per il mondo? Farci sentire in colpa e farci vergognare per i nostri comportamenti sessuali, è un bene per il mondo?”. (ancora Hitchens)

Io non porterò Frida a messa. Non le dirò di farsi il segno della croce quando entra in chiesa. Non le dirò che esiste il "peccato" (anche se proverò sempre a spiegarle che la propria libertà non dovrà mai intaccare, in nessun modo, quella dell'altro). Non la costringerò a seguire un’ora di lezione a scuola in cui si insegna, in maniera spesso ignorante e insensata, la religione. Varrà la pena tentare questa educazione irreligiosa. Che non significa educarla all'immoralità. Ma al pensiero libero.  

Io canterò, invece, a Frida una delle più belle canzone di tutti i tempi:

Immagina non esista paradiso
È facile se provi
Nessun inferno sotto noi
Sopra solo cielo
Immagina che tutta la gente
Viva solo per l’oggi

Niente per cui uccidere e morire
E nessuna religione
Immagina tutta la gente
Che vive in pace


"Imagine" di John Lennon. 

giovedì 2 aprile 2015

Quello che voglio per mia figlia: creatività e gioco libero

Strappiamo dalle dita dei bambini i tablet e diamo a quelle mani il ramo di un albero da afferrare. Liberiamoli dalla melma televisiva e facciamoli sporcare nel fango di un campo bagnato. Tiriamoli fuori dal flusso idiotizzante degli smartphone per lasciarli liberi di rincorrersi o per cimentarsi in una caccia al tesoro. 

Viola dei miei amici Massimo e Veronica - © Manlio Castagna

Questo sarà il mio primo scopo con Frida:  difenderla dall’ebetismo collettivo della realtà virtuale e innanzitutto da me stesso, esemplare possibile di genitore iperprotettivo.

Mi ha colpito molto una ricerca dello psicologo e biologo del Boston College, Peter Gray (da qualche giorno è uscito il suo ultimo, interessantissimo libro: "Lasciateli giocare") che da anni studia gli indici di creatività dei ragazzi americani, il quale ha rivelato un crollo spaventoso tra il 1985 e il 2008: l’85% dei teenager intervistati è scesa sotto la media dei loro predecessori. 

C’è qualcosa che non funziona più nei sistemi educativi contemporanei e io, per quanto mi è possibile e per quanto riguarda Frida, non voglio arrendermi. Sento già lo sghignazzamento di alcuni di voi, pronti a replicare: “si va bene, lo dici adesso. aspetta che nasce e poi vedrai se riesci a tenerli lontani da tv, tablet, computer e smartphone. Vediamo se li metti al riparo dalle grinfie dei Teletubbies. Vediamo se non ti fai sedurre dal potere ipnotico che la tv può avere su tua figlia, quando le sue urla e i suoi pianti saranno colpi di lancia nel tuo costato sanguinante".

Premetto che non ho intenzione di trasformare la sua vita in quella di una amish, riportandola in un 1700 privo di elettricità e di modernità. Ma bisogna avere un progetto educativo, bisogna avere delle buone intenzioni, altrimenti si finisce per soccombere all'emergenza e a quello che viene. Allora io voglio seguire il mio istinto. E soprattutto quello che voglio è seguire il principio di “lasciarla giocare”. Liberarmi dalle mia paure di padre apprensivo per liberare lei, per farla stare al Mondo senza l’angoscia dell’Occhio di Sauron continuamente spalancato su di lei.

L'occhio di Sauron: da il Signore degli Anelli. L'occhio del male sempre spalancato

Quando mi è capitato di vedere i bambini, anche piccolissimi, nei parchi in Svezia, Olanda, Germania, Norvegia ho avuto una illuminazione: quei mini esseri umani sono lasciati liberi di sperimentare e di giocare. Anche nel freddo più glaciale, anche nel fango più limaccioso, anche tra alberi alti e minacciosi, questi bambini “giocano” senza essere irregimentati in sport di squadra pre-costituiti e senza l’iper vigilanza dei genitori. Li vedi fare le cadute più rocambolesche. Li vedi inzaccherati che sembrano combattenti tedeschi in una trincea della prima guerra mondiale. Li vedi, però, felici!

Inorridisco quando sento la mamma italiana che intima al figlio che vuole giocare: “Mi raccomando, non sudare”! C'è un terrore ancestrale della mamma italiana per il sudore. Come se secernere questo “liquido ipotonico” fosse la manifestazione dell’anticristo della buona salute. Mi odierei se non permettessi a Frida di sbucciarsi un ginocchio nel tentativo di acchiappare una piccola amica nell’atto sacrosanto del rincorrersi. Mi farei crocifiggere piuttosto che non permetterle di sporcarsi mentre gioca con dei colori o mentre ruzzola in un campo verde pieno di fiori e altre amenità naturali. 

Questo non è permissivismo senza regole. Non significa farle fare tutto quello che vuole. Ma ribaltare la volontà. Si perché sono io che voglio vederla andare carponi in un prato e sporcarsi con gli umori della natura. Io voglio che stia muso a muso con i cani (certo non quello di un pitbull inferocito). Io voglio giocare con lei con una palla fatta di carta e nastro adesivo. Dipingerci sul corpo con mille colori. Fare a gara a chi si nasconde meglio al buio (così da affrontare anche le paure). Voglio leggere libri insieme e raccontare storie, crearle insieme (io amo i miti greci e da sempre li studio. Piuttosto che le classiche favole per Frida voglio rielaborare quelle narrazioni epiche e gettarmi con lei dentro storie piene di figure magiche, natura selvaggia, passioni travolgenti e bellezza indescrivibile). 

Lo so che siamo messi male in Italia. Sapete che nel suo ultimo rapporto Save the Children ha scritto che solo il 6% dei bambini ha diritto a scendere in strada da solo e soltanto il 25% a giocare in cortile? Che il 51.6% non va in vacanza con la famiglia neppure per una settimana.? Che il 47% non legge nemmeno un libro all’anno (oddio un abominio!)? 

Noi siamo geneticamente, antropologicamente dei cacciatori-raccoglitori. Degli esploratori. Non dei pigiatori di tasti. Allora venendo meno al nostro patrimonio genetico diventiamo più tristi, più depressi, più ebeti, meno creativi. Io ho vissuto tutta la mia infanzia in strada. Erano gli anni ’80, non sono nato nel 1800! Devo ai miei genitori, se non l’indirizzo alla cultura (perché così non è stato onestamente), almeno la grande libertà di potermi sbucciare le ginocchia (e credetemi le mie rotule erano simili a quelle degli zombi di the walking dead) e di esplorare da solo, non un paesino di montagna, ma una città e un quartiere tra i più trafficati e centrali di Salerno. E sono grato a loro perché è quella infanzia libera che mi ha fatto diventare l’uomo che sono oggi.

Non sarà facile probabilmente, ma se non parto con queste intenzioni sarà un fallimento il mio dovere educativo. Se lascerò che Frida sia preda di Peppa Pig e in balia di MammaTv allora come padre sarò un perdente. E ne dovrò subire le conseguenze. Se mi farò scoraggiare dal vivere in una delle Regioni più abbrutite d’Italia (la Campania, con Sicilia e Calabria, è tra le tre peggiori in quanto a spazi verdi e spazi di gioco collettivo), allora alleverò una figlia ingrigita. Ma non lo farò. Impedirò alla mancanza di fantasia e di immaginazione di erodere i colori dalla vita di Frida. Combatterò la paura che paralizza per mettere le ali ai piedi di mia figlia. E una parola, sempre, sarà la chiave con cui aprire tutte le porte: creatività.

Proteggerli, privarli dell’altalena o del pallone, difenderli furiosamente da qualunque sostanza possa sporcarli o contaminarli (dai piccioni alle cartacce ai cani e ai gatti) e consegnare loro una tastiera di qualsiasi genere non vuole dire amarli, ma farli diventare ansiosi e disinteressati. Con la vita e la scuola percepiti come una lunga serie di ostacoli” (Vera Schiavazzi, "La Repubblica" del 30 marzo)

lunedì 30 marzo 2015

Il nome di mia figlia: FRIDA

«È lecito inventare dei verbi nuovi? Voglio regalartene uno: IO TI CIELO, così che le mie ali possano distendersi smisuratamente, per amarti senza confini». Frida Kahlo


Frida Kahlo

Ieri come molti di voi amici di Facebook sanno, ho lanciato uno scherzoso sondaggio per il nome di mia figlia, o meglio: per ascoltare il parere degli altri sulla “infiltrazione” di un altro nome (Greta) nelle preferenze onomastiche per la bambina che nascerà tra qualche mese

Tantissimi commenti, alcuni telegrafici, di puro voto, altri più articolati, più elaborati con tanto di motivazione. Anche messaggi privati, telefonate (di familiari) e whatsapp. Questa bambina nasce che più “social” non si potrebbe. Qualcuno penserà che sia troppo, per me invece è giusto. E bellissimo. Cullarla dentro un abbraccio multiforme, dentro centinaia di sguardi, al ritmo di decine e decine di cuori. Di amici. Chi più stretto, chi meno. Chi conosciuto dal vivo, chi solo attraverso uno schermo. 

Io sono un fervente sostenitore di Facebook che è uno strumento e in quanto tale può far bene o far male a seconda del nostro modo di usarlo. Delle nostre intenzioni. Delle nostre finalità. E sono convinto che i nomi siano potenti come incantesimi. Le parole hanno il potere di forgiare le cose e il nostro pensiero delle cose e del Mondo. I nomi sono parole all’ennesima potenza. 

Il mio è stato un esperimento di confronto, un modo per allargare il pensiero mio e di mia moglie Simona in una dimensione più vasta. E ci ha fatto bene. In particolare un messaggio di una mia amica che, in privato, mi ha scritto: “Chiama Frida tua figlia, solo per dirle “io ti cielo” quando la vedrai.

E lì un oceano di senso mi ha travolto. Ha fatto brillare in me una delle frasi di Frida Kahlo che più amo, uno di quei pensieri che da vent’anni mi porto dentro, da quando nel 1994 - leggendo un articolo su una rivista d’arte - conobbi questa artista di debordante passione, questa donna irripetibile, questo essere umano bello di una bellezza che supera l’orizzonte estetico. 

«È lecito inventare dei verbi nuovi? Voglio regalartene uno: io ti cielo, così che le mie ali possano distendersi smisuratamente, per amarti senza confini». 

Improvvisamente le nuvole dell’incertezza sono state spazzare via da una brezza invisibile, ma decisa. Come capita in certi giorni invernali, quando una mattina incolore improvvisamente si apre in una folgorante giornata. 

Ho ripreso in mano i fili della mia scelta iniziale. Una scelta che non è stata mai neppure una “scelta”, ma una naturale associazione tra un NOME che per me da vent’anni significa così tanto e un ESSERE AMATO che esiste (e quindi significa) già tanto. C’è in tutta la sua presenza, intangibile, nascosta dentro un’altra carne che amo.

Greta è un bel nome. Suona armonioso, dolce, morbido. È raffinato, senza essere austero e algido. È elegante senza la spocchia di chi si sente superiore. Ma non è il nome di mia figlia. Non ha la rarità, la nobiltà, la fierezza, la potenza evocativa di FRIDA. 

Ecco la capacità di evocare. Frida è la rivoluzione della vita dentro le viscere della sofferenza. Frida è il colore che “scorre e apre sentieri che non si percorrono invano”. Frida consuona con il termine amore, senza farci rima. Frida è un brivido. Frida è un vestito sgargiante che si indossa non per fare impressione, ma per dare emozioni. 


Questa sera, mentre scrivo, ho trovato quella “sicurezza” e quella “pace” che sono l’etimologia del suo nome. Greta, invece, significa “perla” e sono sicuro che quelle bambine che indossano o vestiranno questo nome saranno preziose come il nome suggerisce. Ma Greta è una perla di una collana che non mi appartiene

Mia figlia sarà Frida e per citare ancora la magnifica Kahlo: “Io ti consegno il mio Universo”, Frida. E quando ti vedrò ti guarderò e ti dirò “io ti cielo”, per amarti senza confini. 

sabato 28 marzo 2015

Horror Parto

Se io dovessi dare un consiglio, uno solo, a una donna in procinto di partorire per la prima volta sarebbe questo: “Non chiedere come sarà il parto a una donna che l’ha già fatto”. 

Perché? Perché i racconti di chi ha partorito spaventerebbero anche un duro come Chuck Norris. Nei racconti di chi ha già messo al Mondo un figlio ci sono tutti gli elementi del pulp-horror: sofferenze indicibili, sangue, cordoni soffocanti, profusione di liquidi e dolore. Ancora dolore e tanto dolore. 

Illustrazione di Mary Clark Ladd 

La scena è sempre la stessa e si ripete (da un punto di vista narrativo) con rassicurante schematicità. Come se un autore dalla vena caustica avesse scritto una sceneggiatura terrificante e spassosa allo stesso tempo, che tutte le ex-partorienti hanno imparato a memoria. Le uniche variabili hanno a che fare con i dettagli del parto.

Ecco la sequenza.

Incontri per caso la mamma che apprende la notizia. Subito la vedi indossare il suo sorriso più smagliante. È felice per te, ti dice che è la cosa più bella che possa capitarti, che è lo sconquasso sublime della tua vita. 

Simona si passa le mani sulla pancia che ormai è cresciuta e, pur senza essere grossa come un pallone ad elio che non vuole alzarsi da terra, ha tutta la dignità di “pancia da gravidanza” (fino a poco fa potevi scambiarla per lo stomaco gonfio di una alcolizzata dedita a serate di birra e vino). Poi dice con la voce rotta da un autentico e sottile terrore, con quel tono di chi non vuole altro che essere rassicurata: “Ho solo paura per il parto”.

Qui il volto della mamma subisce una lieve mutazione. Quasi impercettibile, ma se osservi con attenzione te ne accorgi. Le labbra hanno sempre la forma di un sorriso, ma diventa più stirato, come incrinato da una certa perfidia. Negli occhi brilla la luce di un ricordo e l’espressione si colora di quelle sfumature che hanno i saggi quando raccontano di esperienze che serviranno al progresso dell’umanità.

Comincia sempre così: “Ma no Simona non devi preoccuparti. Figurati”. 
Pausa. 
Simona fa l’errore di chiedere: “ a te come è andata?”. 
Improvvisamente la mamma diventa un narratore. Anche chi non si è mai presa la briga di raccontare una storia al proprio figlio la notte prima di addormentarsi, ora tira fuori una vena da scrittore da fare invidia a Stephen King e John Grisham. 

Qui vanno in scena le variazioni sul tema:

“Guarda per me è stato terribile. Ho avuto 11 ore di travaglio” (giuro non sto esagerando, una ragazza ha detto questo e io c’ero). Vedo la faccia di Simona trascolorare. Mi guarda come a dire: “perché non lo fai tu il bambino?” e sento la stretta della sua mano che si fa più tesa nella mia. E poi il racconto va avanti con dettagli raccapriccianti di dolori inauditi. Ma tutto raccontato con simpatia, con divertimento, con quel sano eroismo che contraddistingue una madre-coraggio.

Un’altra ci ha raccontato del proprio figlio che stava per essere strangolato dal proprio cordone ombelicale. “Aveva il colore di quella sciarpa lì la sua faccia” indicando un capo d’abbigliamento viola scuro. 

Un’altra le ha narrato del proprio figlio che stava per morire soffocato nella sua placenta perché non so come era fuoriuscito “quasi tutto il liquido” e non aveva più di che respirare.

Un’altra ha detto “hai presente il dolore delle coliche, moltiplicalo per 10”. (io quel dolore una volta l’ho provato e se lo divido per due pure mi sembra insopportabile!)

Un’altra ancora ha avuto il problema che la bambina era così grande (alla fine pesava 5.3 kg) che dopo tutto il travaglio in cui questo ibrido tra “essere umano” e “essere manzo” non voleva saperne di uscire da una fessura troppo piccola per la sua stazza, ha dovuto ricorrere al cesareo.

Un’altra ancora ha confessato di aver partorito strillando e scalciando.

Il parto è il vero spauracchio di ogni donna incinta. Almeno così credo, non ho una statistica precisa, ma per esperienza diretta lo sono quasi certo. 

Così come è sicuro che qualcosa di provvidenziale nella memoria di una donna aiuta a cancellare il suo ricordo traumatico, altrimenti ci sarebbero solo figli unici. Anzi chi è già alla seconda gravidanza (e a maggior ragione per quelle eroine folli che arrivano anche alla terza - lasciamo stare quelle dalle 4 in su: qui si parla di abominio) vive con più rilassatezza il momento del "delivery" (per dirla all'inglese, termine che mi piace molto). 

Certo già sanno a cosa vanno incontro, direte voi. Ma se a me dovessero dire: "tu hai già avuto una colica, quindi sarai più rilassato alla seconda", io guarderai questo mentecatto con occhi pietosi e increduli. 

La verità, in sintesi, è che non ho consigli da dare in quanto maschio (e quindi gioioso invertebrato che godrà della nascita della sua figlia senza il travaglio del momento) se non quello riportato all'inizio: se una donna volesse raccontarvi il suo parto, mettetela a tacere! In tutti i modi possibili. Violenza compresa. 

mercoledì 25 marzo 2015

La morfologica, il sonno dei non nati

Il processo di avvicinamento al più naturale dei “fatti” umani (la nascita di un bambino) è scandito da uno sconcertante percorso a tappe “tecnologiche” segnato da nomi degni di una storia intergalattica o fantascientifica. 

Gli esami hanno titoli suggestivi che farebbero godere un nerd amante di sci-fi:  Ecografia transvaginale, Translucenza nucale (sembra una delle armi che il vecchio robot Goldrake annuncia prima di lanciarle contro gli avversari: alabarda spaziale, lame rotanti… translucenza nucale - e invece è solo un tipo di ecografia che si effettua su un tratto della nuca del feto per scongiurare certi tipi di malformazioni), Amniocentesi, Dual Test e la famosa MORFOLOGICA.

Il 17 marzo è il giorno fatidico per questa ulteriore e importante indagine dello sviluppo della gravidanza. La morfologica, appunto. È da poco passata l’ora di pranzo. Io sento sulle palpebre il richiamo suadente del sonno, combattuto dalla tensione emotiva dovuta alla consapevolezza che tra poco vedrò Frida in uno schermo, un po’ più cresciuta e addirittura in 3d. L’ecografia morfologica serve proprio a controllare che tutto si stia formando come si deve: arti, colonna vertebrale, cranio, cervello e tutto il ripieno umano (reni, fegato, stomaco eccetera eccetera).

Ci accomodiamo in una saletta calda e in penombra. C’è anche un piccolo divanetto di fronte al letto serissimo dove si va a stendere Simona. Il ginecologo deve ancora arrivare, ma io Simona e Angela (sua madre) già parliamo sottovoce e per bisbigli, come se le parole fossero vietate, come se lo spettacolo fosse già cominciato, come se stessimo complottando per un attacco terroristico.

Arriva il dottore (Giuseppe Capece) in un immacolato camice bianco. È lo stesso dell’amniocentesi. Alto, barba incolta, bel portamento, sguardo ironico e voce con bassi pronunciati: sembra un attore di teatro impegnato, più che un indagatore di placente. Spegne altre luci e ora siamo al buio, c’è solo un piccolo caldo fascio luminoso sul centro della scena: Simona a pancia a scoperta e il medico che con la sua sonda bussa a casa Frida. 

Io e Angela sul divanetto siamo pronti a individuare sullo schermo di fronte a noi le immagini della piccola, inconsapevolmente a bagno nella sua culla di liquido amniotico. È come essere in una sala cinematografica o in platea davanti a un palco.

La prima inquadratura (che a me sembra un quadro astratto di un pittore senza talento o una delle macchie del test di Rorschach) fa esclamare al dottore divertito: “Se il buongiorno si vede dal mattino, il padre dovrebbe cominciare a preoccuparsi di questa ragazzina”. Praticamente nella primissima immagine che (solo lui) vede c’è Frida a cosce aperte che piazza i suoi organi genitali in faccia allo spettatore. Io sorrido divertito, questa bambina già mi è simpatica.

Poi la “sceneggiatura” di questo film rallenta, si fa più noiosa. Il dottore mostra i reni (due puntini neri) e altra “roba” importante, ma che per me è un pout-purri di macchie indistinte interessanti come un film russo di tre ore che racconta la storia di un senzatetto che pesca rane e girini. E va avanti per diversi minuti.

Poi improvvisamente dopo un quarto d’ora ho un sussulto di attenzione: si vedono i piedini, le mani e le braccia che lei tiene davanti la faccia e dietro la nuca. Come se si volesse proteggere. E ci credo bene: immaginate voi a letto a riposare tranquilli, quando all'improvviso arriva un occhio gigante che si apre nella stanza e, per giunta, "qualcosa" che vi dà dei colpetti per spingervi a voltarvi da un altro lato così da osservarvi meglio! 

Il clou però si raggiunge quando capita sullo schermo la sua faccia. È il momento di passare al 3D. Frida si rivela. Angela, mia suocera, la trova bellissima e non può trattenersi dal dirlo. Simona sembra visibilmente emozionata. Io la guardo con sconcerto. Certo c’è l’emozione di vederla “per la prima volta” in una immagine più realistica rispetto al fantasmatico ed evanescente bianco&nero delle precedenti ecografie che la facevano somigliare più a una nuvola galleggiante che a un essere umano vero e proprio. Però questa Frida post-embrionale e in formazione vista così non mi fa venire certo in mente l’aggettivo: bella. È  semplicemente il ritratto di quello che deve essere in questo momento: una piccola forma di vita dall’aspetto incompiuto. 

Prima foto di Frida dentro la pancia - 20ma settimana 

Siamo al 22° minuto di ecografia. Dopo questi pochi secondi di emozione si ritorna all’esplorazione noiosissima (ma non discuto l’importanza) con tanto di misure, di fermi immagine e di indagini accurate su forme evanescenti:

Dottore: “guardate qui: questo è il palato superiore
Io mi sforzo di individuarlo, ma non vedo nulla. “Dov’è?
Dottore: “è qui, eccolo… è chiaro non è quello molle, ma il palato duro
Io: “Ah ecco”. 

Penso: ma dov’è ‘sto palato? e poi che significa che è duro? che differenza c’è tra i due? Il mio è “ah ecco” lo pronuncio solo per rompere il mutismo da cui sembro affetto da svariati minuti e per mostrare un interesse che in questo momento è assente, tanto quando il palato molle!

Piano piano quelle immagini liquide, il silenzio della stanza (rotto solo di tanto in tanto dal dottore che fa complimenti a Simona per la sua forma fisica - ne ha viste di “balene spiaggiate” su quel tavolo, donne che con la scusa della gravidanza si rimpinzano fino a diventare Jabba the Hutt di Star Wars [vedi foto]- e per gli addominali troppo sviluppati di mia moglie che non ha smesso un attimo in questi mesi di andare in palestra e camminare per chilometri), la semioscurità da sala cinematografica, la noia delle misurazioni accurate mi precipitano in un sonno avvolgente. Mi addormento sul divanetto. Non è onorevole dirlo, ma è la sacrosanta verità. 

Jabba The Hutt
Dormire all’ecografia morfologica della figlia: c’è qualcosa di degenerato in tutto questo. Comunque Simona se ne accorge e chiede alla madre di colpirmi con una gomitata per farmi destare, ma io ho già gli occhi aperti ed evito il colpo. Sono di nuovo presente anche se sogno di tuffarmi nella placenta accanto a Frida e dormire con lei il sonno dei “non nati”.

P.s. per la cronaca l’esame è andato bene e la piccola continua a crescere. 
P.p.s. il dottore ha pregato Simona di smetterla con gli squat e altri esercizi da palestra se vuole che Frida esca senza penare per superare il muro di muscoli che ha creato nella sua vita di sportiva