domenica 16 agosto 2015

Venti di Frida

Approfitto di questa mattina avvolta in una pelle autunnale per fermarmi e scrivere di Frida, oggi che compie venti giorni. Mi sento estremamente fortunato nel potermela godere minuto dopo minuto in questa fase aurorale della sua vita. Agosto non si lavora, non c'è lo stress della quotidianità. tutto è come sospeso in una vertigine fuori dal "tempo".  

Frida - 16 agosto

Ora sta piangendo nella sua culletta. Però la parola "pianto" non rende giustizia. Come tutti i neonati modula in diversi suoni questa forma di pre-linguaggio primitivo e noi per convenzione diamo a tutte queste articolazioni la parola semplice "pianto". In questo siamo inadeguati, come lo siamo per esempio quando diciamo "neve" per indicare qualcosa che, invece, le popolazioni Yupik (eschimesi che vivono tra Groenlandia, Alaska e Siberia) declinano in decine e decine di diversi termini. Un esempio? La parola Nuyileq significa “ghiaccio rotto che comincia a espandersi, pericoloso camminarci sopra”. Il ghiaccio sta quindi scomparendo, ma non si è ancora disperso in acqua, ed è quindi pericoloso camminarci: si può cadere e affogare. Per noi è semplicemente "ghiaccio". 

Ecco ci sarebbe bisogno di un vocabolario nuovo per dare ad ogni "piangere" una diversa sfumatura comunicativa.

In ogni caso mi alzo e vado a prenderla in braccio. Ho letto molto sull'argomento. E sono arrivato alla conclusione che la teoria di "lasciar piangere i bambini fin a che si stancano" è un'aberrazione e una tesi ormai passata in disuso. Non che io e Simona ci precipitiamo al capezzale di Frida appena il primo singulto viene alla luce, come dei controllori della sicurezza davanti a un allarme nucleare. Piuttosto proviamo a interpretare il suo SOS per darle ciò di cui ha bisogno. In genere la sua è una richiesta di latte, non piange mai per capriccio o per altri disturbi. Fino ad ora. 

Il suo miraggio è il capezzolo. Il suo sogno è il capezzolo. la sua montagna sacra è il capezzolo. E la povera Simona è lì per offrire in sacrificio un pezzo della sua carne alla bocca famelica della piccola.

Altre volta basta cullarla per un po' nelle braccia per vedere il sonno far calare il pesante sipario rosa delle palpebre sui suoi occhi. In quel momento sento in me aprirsi una falla e il piacere fluire come un'ondata di mare caldo. Lei è abbandonata a me e io sono fuso al suo corpo. La depongo nella culla con la lentezza e la cura di un antiquario che maneggia un Vaso Qing lavorato con la tecnica Wucai. 

La guardo ancora per fissare quell'immagine di pace sulla mia retina e infine la lascio col sapore del suo candore ancora dentro.

Simona e Frida - 6 agosto

Certo è che, come dice la mia amica neo-mamma Giorgia dalla lontana Londra, "la luna di miele delle prime due settimane" è trascorsa e ora le richieste si fanno più pressanti, il sonno di Frida meno dilagante, gli strepiti più decisi. Ma la notte si dorme ancora. 

Venti giorni di Frida, trascorsi nella pura consapevolezza di quello che giorno dopo giorno cambia, si evolve, cresce, muta. Non mi sto perdendo nulla di questa parte del viaggio insieme. Non lascio trascorrere niente. Ogni "Prima volta" la fermo in una foto, in uno scritto, in un video. Così che la memoria si fa materia e mette radici.

Come per esempio il primo bagnetto che ho seguito attimo dopo attimo con quella euforia che si prova quando sai di star vivendo un momento "storico". Il suo primo piede che affronta l'acqua scalciando. Il suo sguardo che vaga senza fissarsi su nulla. Le manine che disegnano in aria movimenti scoordinati e buffissimi. La bocca ben disegnata che si apre in quello che potrebbe definirsi un atto di stupore. 

Lo stesso stupore che in questi primi venti giorni di Frida ho provato  quasi quotidianamente con felicità perché  come scrive Cesare Pavese nel bellissimo "Il mestiere di vivere": <<lo stupore è la molla di ogni scoperta. È la commozione davanti all'irrazionale>>.













sabato 8 agosto 2015

Lettera a Frida Futura sulla lentezza

Ho voglia di scrivere direttamente a te Frida. Alla Frida Futura che tra qualche anno leggerà, mi auguro, queste parole. 

È da poco passata la mezzanotte. Una di quelle notti estive di melassa in cui restano impigliati i pensieri più vaporosi, i sogni spezzati e i ricordi che danzano su pavimenti caldi di musica. In casa il tessuto del silenzio è come una filigrana attraverso la quale puoi sentire scricchiolare le ossa del giorno che muore.

Dei cani lontani si chiamano nella loro lingua incomprensibile e qualche uccello notturno strepita lanciandosi all'attacco. Io ti guardo mentre dormi nella tua culla, facendo lo sforzo enorme di realizzare il fatto che sei mia figlia. La mia bambina. 

Frida - 7 agosto

Non è così facile fare spazio nel proprio cervello - che con il passare del tempo somiglia sempre più a quelle stanze intime un cui accatasti tanta roba raccolta nel tuo viaggio nella vita, cumuli di oggetti che per altri possono sembrare ciarpame, ma che invece ti definiscono con precisione inimmaginabile -  dicevo non è facile trovare un posto adeguato a un pensiero così grande. Così ingombrante. Ho vissuto la mia vita nella assoluta certezza di non volere figli. Ormai ero certo della mia proclamata antigenitorialità. 

E poi sei arrivata tu, con la tenacia di certi avventurieri che pur di esplorare un nuovo Mondo sarebbero pronti a lacerarsi le carni  e ad affrontare tutti i venti contrari.

Nove mesi non sono bastati a fare pulizia in quella stanza della mia testa. 41 anni di accumulo hanno reso quel posto come uno sgabuzzino. Ma negli ultimi undici giorni, da quando il 27 luglio ti ho visto uscire dal corpo di tua madre urlante, i "lavori in casa" nel mio cervello hanno subito una improvvisa accelerazione. Ora dopo ora il tuo nome diventa sempre più imponente e luminoso dentro quello spazio mio che dice chi sono. Le tue radici si intrecciano alle mie, quelle profonde, e comincio a capire che in me batte il tuo cuore.

Giorno dopo giorno ti vedo cambiare. Sei tu eppure non sei tu. Sei un TU in divenire. Pochi minuti fa  ti guardavo scivolare nel sonno mentre ti cullavo nell'incavo dei miei avambracci. Quando ti tengo nel mio abbraccio non mi distraggo. Non guardo la tv. Non ho il cellulare accanto. Non faccio altro che stare con te. Voglio assaporare lentamente il momento.

Frida sul fasciatoio - 1 agosto

Così ho potuto scrutare i tuoi lineamenti. Li ho trovati addolciti rispetto a pochi giorni fa. Come ammorbiditi da un alito caldo che modella una cera. E gli occhi più grandi e presenti. Meno vaganti. Ho notato che quando sospiri c'è come il disegno abbozzato di Frida Futura, un accenno leggero della donna che sarai e che spero di conoscere.

Vorrei dirti tante cose Frida, ma ne avrò il tempo. In questo diario a forma di blog ci scopriremo goccia a goccia, senza far scorrere velocemente gli istanti, ma provando a fermarli in una vertigine di parole. Con lentezza. 

Un giorno lontano mi piacerebbe che tu continuassi questo diario, che facessimo diventare questo blog una partitura a due voci. Ma ora corro troppo, come fanno sempre quelli della specie a cui appartieni: gli esseri umani. 

Io ti auguro invece, cara Frida, che a te sia data la possibilità di innamorarti della lentezza. In fondo come scrive un autore che ho amato particolarmente (Milan Kundera): "C'è un legame stretto tra lentezza e memoria, così come c'è un nesso fortissimo tra velocità e oblio". 

Questa notte, scrivendoti, Frida, ho un po' rallentato il tempo e spero di aver conservato un pezzo di memoria che ci nutrirà negli anni a venire. Con lentezza ho scelto le parole. Con lentezza ho guardato  in me alla ricerca delle sensazioni più vere. La lentezza ci salverà piccola mia. O almeno ci darà questa impressione.

Buona notte Frida Futura, ovunque tu sia.  





giovedì 6 agosto 2015

Il Cielo Dentro : il motivo per cui avere un figlio

Frida mi ha piantato il Cielo dentro.

Un cielo che si espande. Che si srotola su ogni altro pensiero, che dilaga sulle zone prima oscure, che si posa sul rumore di fondo della vita che passa.

Questa mattina ho voluto tenerla in braccio e godermela. Stringerla tra le mani è come sentire sulla pelle l'impasto molle, caldo e fragrante di un pane buono. Uno di quei pani il cui profumo sembra distillato dalla Natura stessa.

Io e Frida - 6 agosto

Ora finalmente comincio a capire il motivo per cui mettere al mondo un figlio è necessario.

Dimenticatevi delle banalità che impestano i discorsi di chi vuole convincervi che bisogna farlo. Ne elenco cinque che nel corso degli anni non hanno fatto altro che rafforzare il mio desiderio di non procreare:

1) Motivo Di Necessità Imperscrutabile: Devi fare un bambino perché un bambino ci vuole
2) Motivo di Eredità Impellente: Per tramandare i tuoi geni
3) Motivo di Sdolcinato Esistenzialismo: Perché è la Vita che te lo chiede
4) Motivo di Estetica Immotivata: Perché è troppo bello avere figli
5) Motivo di Lotta Continua: Perché così la tua esistenza si rivoluziona

Questa mattina, come dicevo, sono rimasto folgorato e ho capito.

Mentre era tra le mie braccia, Frida - silenziosa - mi guarda. I suoi occhi hanno la profondità e la lontananza delle galassie. sono puntati nei miei e per la prima volta ho l'impressione che mi "guardi" davvero, che i suoi pianeti e le sue stelle entrino in collisione con i miei. Mentre placidamente precipitava nel sonno ho capito che l'Amore può avere sentieri nascosti dietro accessi altrimenti invisibili.

Ho capito che Frida ha portato nei miei giorni la Poesia.  Quella dei pensieri che hanno forma di fiori. Quella dei sogni che abitano gli alberi. Che fa muovere gli steli d'erba al ritmo di un respiro. Un neonato ha questo potere se sai ascoltare la "sua canzone che fa danzare le statue, la sua magia che brucia la pesantezza delle parole, che risveglia le emozioni e dà colori nuovi" (Alda Merini).

Avere un figlio non ha niente a che fare con il piantare il seme dell'immortalità. Almeno per me che non credo in nulla dopo la vita. Avere un figlio non risponde a nessun motivo di "senso". Non ha un nuovo significato per me la mia esistenza. Sono così presuntuoso da credere che prima di Frida non ho abitato per 41 anni il nonsenso. Avere un figlio (una figlia nello specifico che mi riguarda) è "semplicemente" un'amplificazione, come se su quella mappa che disegna le coordinate di chi sei, improvvisamente, fossero comparsi nuovi continenti, terre magnifiche (e anche un po' spaventose, perché no), oceani dai nomi inediti.  Questa per me è la magia di Frida. 

Forse oggi mi è chiaro anche il motivo per cui ho deciso di tenere questo diario in forma di blog. Perché i secondi, i minuti, le ore. Scivolano attraverso le dita dei giorni come farina setacciata e rischi di perdere il sapore degli istanti e di quello che provi. 

Scrivere per me è un modo di scolpire nella pietra le sensazioni. Farle restare per sempre, mentre le onde del tempo si abbattono su tutto con furia distruttrice. Un giorno mi alzerò e mi accorgerò che Frida è grande, adulta, già in allontanamento come un satellite che ha trovato una nuova orbita. Ne sarò felice, ma non voglio che arrivi quel momento fidandomi solo di una memoria strappata e logora. Voglio che ogni mia sensazione sia come un castello su un roccia, al riparo dalla marea dell'oblio. 








lunedì 3 agosto 2015

Una settimana da padre

Come ci si sente da padre?

Questa è la domanda che mi sento rivolgere più spesso in questo periodo (già lontani i tempi quando a questa data, fino allo scorso anno, le persone mi chiedevano: "com'è andato il festival?" davanti ai figli tutto si disintegra, evidentemente). La mia risposta immediata è molto concisa e senza fronzoli: è bellissimo.

Innanzitutto devo ammettere con gioia che tutti i proclami dei "terroristi delle notti insonni" si sono rivelati, almeno fino ad ora, esatti come le profezie dei Maya che avevano visto nel 21 dicembre 2012 la fine del Mondo. quanti messaggi ho ricevuto di persone che dicevano: "benvenuto nel club di chi non dorme la notte". Quante pacche sulle spalle ho sentito mentre la faccia del "paccaro" esprimeva compatimento e afflizione misti a sordido divertimento. Quanti sorrisini sornioni ho dovuto sorbire mente il padre veterano di turno mi indicava con soddisfazione la via del tormento da neo-genitore.

Frida e Simona - 3 agosto 

La verità dei fatti? Fino ad ora (non smetterò mai di precisarlo) questa bambina è consacrata al sonno, alla serenità, alla giusta fame, alla pace. Le notti trascorrono come in balia di un cullare leggero. Si sveglia un paio di volte per attaccarsi al seno materno e quest'è. Io mi desto di soprassalto come un pirata che improvvisamente ha visto la sua nave speronata da una fregata dalla marina inglese. Ma mi riaddormento subito. E la mattina alle 8.30 sono pronto per uscire con Elrond riposato e in armonia con gli elementi.

Durante il giorno Frida è come una brezza leggera. impalpabile, silente, eppure presente. Avere una bambina è come un piccola rivoluzione dei sensi. 

Il silenzio ha preso un'altra forma, più pieno e sereno. Quando dorme, e lo fa tanto, la casa si riempie di una nuvola immobile. È un silenzio nuovo, che non è quella mesta assenza di suoni delle case vuote e nemmeno quello rigido e imposto di chi non sopporta che "si muova una mosca". È il silenzio morbido di chi si sta sintonizzando sulla vita, di chi si prepara all'inizio di una musica nuova che aspettava di ascoltare da tempo.

Anche gli odori sono diversi. La casa è piena della sua fragranza. E anche in questo caso i temibili profeti di sventura che lanciavano "bombe" in forma di pannolini sporchi ("sentirai che profumino!" dicevano col solito ghigno malefico di chi è sopravvissuto e ora si sente invincibile) hanno fallito. Lo so che potrà essere diverso in seguito, ma per ora Frida è il nome di un'essenza aromatica che riempie lo spazio e carezza le pareti.

Frida sul fasciatoio - 1 agosto

Devo ammettere che il ruolo del padre in questa prima fase è, se non accessorio, sicuramente di puro supporto. A volte guardo a me stesso come a quelle patetiche comparse in uno spettacolo teatrale che hanno una sola mezza battuta da dire (tipo "buongiorno signora") e stanno tutto il tempo a provarla, emozionati fino allo sfinimento all'idea di doverla recitare bene e fare una buona impressione, inconsapevoli (o dimentichi) del fatto che la scena è tutta per i veri protagonisti (nello specifico: la madre e la bambina). 

Che può fare questo povero padre-comparsa? cullare di tanto in tanto la figlia. fare da mezzo di trasporto per il fagottino (dalla stanza da letto a quella del fasciatoio, dal divano al letto e così via). Uscire per comprare il necessario. Cucinare quando la madre allatta. Certo tutte azioni lodevoli, ma lontane dal centro del proscenio dove gli occhi di tutti sono puntati e dove ogni giorno lo spettacolo in cartellone (madre con bambina) offre spunti sempre nuovi di tenerezza e di bellezza. 

Eppure ogni tanto capita alla povera comparsa di ritagliarsi una fetta di felicità fuori programma. 

Come l'altro giorno, quando Simona si è giustamente presa un po' di tempo tutto per sé (anche recarsi dall'estetista può essere un segno di uno sperato ritorno alla normalità) e io sono rimasto solo con Frida ed Elrond a casa. Logicamente ho sentito le dita fredda del panico stringersi intorno al collo, quando la piccola ha cominciato a piangere. 

Disorientato come un topo che si trova in mezzo a un prato con un'aquila che volteggia affamata sopra di lui, ho cercato di elaborare un piano di fuga. Armato di coraggio ho raccolto Frida frignante dalla culla e mi sono piazzato davanti alla tv adagiandola sulle mie gambe arcuate a forma di ponte. Mi sono sintonizzato su un bellissimo documentario su Venezia, città del cuore che presto dovrò presentare alla mia bambina, e ho cominciato a cullarla. 

Con l'aiuto del ciuccio (o succhietto o ciucciotto, fate voi... tanto tutti questi nomi mi fanno rivoltare l'intestino crasso. Come al solito gli anglosassoni hanno un termine molto più idoneo e cool: "pacifier", il pacificatore!) e del climatizzatore impostato su una temperatura gradevolissima (e forse del tono monocorde della voce narrante del documentario) dopo poco la piccola è caduta in trance (come testimonia la foto) e io mi sono goduto tre quarti d'ora di puro momento: padre-figlia.

Io e Frida - 31 luglio

Per riassumere: se ora qualcuno mi chiedesse "Com'è avere una figlia?" io risponderei con un sorriso limpido citando (anzi parafrasando) il buon Neruda: "Frida sta facendo con me quella che la primavera fa con i ciliegi".







venerdì 31 luglio 2015

Indifferenza a prima vista: Elrond conosce Frida

Immaginate un incontro tra una straordinaria pittrice messicana che ha fatto della sua vita una (dolente) opera d'arte - FRIDA- e un personaggio fantasy di rara eleganza e nobiltà, il sire elfico di Gran Burrone che è tra le figure più potenti dell'universo de Il signore degli Anelli: ELROND.

Chissà che si direbbero in questo improbabile rendez-vous surreale e suggestivo. Non ho proprio idea di cosa avverrebbe tra di loro, ma posso testimoniare di quello che è avvenuto tra la "mia" Frida e il "mio" Elrond: due pezzi del mio cuore e della mia vita. Mia figlia e il mio prezioso amico a quatto zampe.

Frida ed Elrond - 30 luglio

Premessa d'obbligo: in questi giorni non ricordo più quante volte le persone ( i parenti più stretti nello specifico) ci hanno lavato il cervello a furia di: "Attenti al cane. Mi raccomando. Non lasciateli mai soli. State sempre con gli occhi aperti. Non vi fidate" e così via. Ora rispondo definitivamente, anche per iscritto: 

1. Io e Simona non siamo due sprovveduti e io ho scritto anche un libro sui cani, con il grande Roberto Mucelli, e finanche un paio di capitoli di Io e il cane sono dedicati al rapporto tra bambino e amico a 4 zampe.

2. C'è troppa demonizzazione mediatica sul cane in casa e sulla relazione con i piccoli. L'ignoranza (che è il sonno della ragione) da sempre partorisce mostri. Tra questi il più famelico è "la preoccupazione ad oltranza". Non sono i cani ad uccidere i piccoli umani, ma l'imbecillità di chi non sa gestire le situazioni e sempre quel padre di mostri infami che è l'Ignoranza. 

3. Conseguenza dei punti uno e due: non sottovaluteremmo mai tutte le dinamiche di rapporto tra cane e neonato, perché amiamo Elrond e siamo già pazzi di Frida. In noi non c'è mai stata scelleratezza e non vedo come dovrebbe rivelarsi improvvisamente adesso. Quindi parenti, please, smettetela con le vostre avvertenze d'uso.

E ora veniamo al racconto.

Arriviamo a casa in mattinata. Elrond ci accoglie con quel modo specifico dei cani di farti sentire indispensabile. Come se fossi Ulisse che torna a Itaca dopo vent'anni, mentre sei mancato non più di mezz'ora (ma quanti anni è vissuto il cane Argo se dopo due decadi era ancora lì ad aspettare il suo padrone e a riconoscerlo? I veterinari dell'antica Grecia erano dei geni oppure gli animali particolarmente longevi). Io ho il portenfant in mano e dentro c'è Frida che dorme placida. Elrond sembra già interessato al nuovo arrivo.

Dopo un po' dispongo questo cesto-culletta sul tavolo perché non ci fidiamo ancora a metterlo ad altezza Elrond. Ma dopo un po' la piccola si sveglia lanciando i suoi allarmi foratimpani a forma di "ngué". In quel momento scatta l'istinto predatore del nostro border. E si attiva la mia preoccupazione.  

Io conosco bene Elrond e lui ha un'indole da cacciatore per i gatti. Lui non è uno di quei cani "degenerati" che convivono placidamente con i felini (lo dico subito, sono ironico... so quanto possano essere seri e polemici i cinofili-gattofili). Lui gli staccherebbe il collo a tutti e infatti in più di un'occasione ci ha provato. Perché dico questo? Perché il richiamo dei gatti in calore, che per Elrond ha lo stesso valore attrattivo di bicchiere di sangue verginale messo sotto al naso di un vampiro affamato, somiglia in maniera pericolosa ai vagiti di un bambino.

Eccolo che si avvicina al portenfant con le orecchie ritte, la coda a scorpione e gli occhi iniettati di sana curiosità assassina. Noi lo teniamo a bada, ma allo stesso tempo non abbiamo intenzione di "punirlo" con l'allontanamento coatto. Anzi deve arrivare il momento della presentazione ufficiale. 

Scegliamo la poppata come "situazione" ideale per l'avvicinamento. Sarei bugiardo se dicessi che sono tranquillo. In me ecco precipitare a valle le immagini di tanti film macabri ("Cujo" su tutti) e  di pensieri nefasti. Ma vinciamo le paure, più mie che di Simona, e lasciamo che la punta del naso di Elrond incontri il piedino scalciante di Frida e meglio ancora la sua zucca semipelata e ancora così fragile.

Simona allatta e Elrond si muove intorno a loro, come uno squalo intorno a una tavola di windsurf  condita di umano. (la foto più su parla chiaro). Poi si sposta verso il "contenitore" di Frida. Il portenfant. Più volte si mette a due zampe per salire a guardare cosa ci sia là dentro. Per sentire gli odori che possono dare qualche notizia sul suo abitante umano. 

Fatto sta che dopo pochi minuti Elrond sembra aver perso interesse per il nuovo arrivato. Certo la guarda con perplessità quando ricomincia a piangere, ma dopo un attimo si allontana annoiato come un fratello adolescente che si vede piombare in casa un fagotto di sorella che non promette nulla di buono. Ancora qualche minuto e Elrond diventa immune anche ai suoi versetti alieni.

La giornata trascorre tranquilla e la notte lasciamo che Elrond continui a dormire nella nostra stanza come ha sempre fatto, anche se ora accanto al letto è spuntata una "cuccia" principesca per questo neoarrivato nel nostro branco. Vedremo come evolverà questo rapporto, ma per ora è possiamo riassumere il loro rapporto in un deciso: "indifferenza a prima vista"!










mercoledì 29 luglio 2015

Il giorno in cui è nata mia figlia

Frida c'è. 
Dopo averla immaginata, sognata, intuita è venuta alla luce (elettrica) di una sala parto alle 15:17 di un lunedì di fine luglio.

Frida all'età di 3 ore
Tutti si sono sorpresi per l'eleganza della sua puntualità. Perché il gesto della nascita è arrivato con esattezza di sceneggiatura il giorno dopo la chiusura del grande delirio del festival di Giffoni, dove Simona e, soprattutto, io eravamo impegnati fino al collo. Se fosse nata solo un giorno prima sarebbe stata, non dico una catastrofe, ma certamente una bella "gatta da pelare".

Quello che invece ha colpito me è stata la violenza e la bellezza del parto. E della sua preparazione. La formazione esistenziale di un essere umano di sesso maschile non si può dire completa se non ha vissuto un'esperienza intensa come questa. Come osservatore, s'intende.

La venuta al Mondo di un bambino, quando non asetticamente "composta" a tavolino con il taglio cesareo, è una lotta di corpi. È una coreografia di dolori e di emozioni in cui la Madre e la Figlia (o il figlio) recitano le uniche parti che contano. 

La locuzione "parto naturale" evoca in tutti la limpidezza, la semplicità, la scorrevolezza di qualcosa che funziona quasi in automatico. Invece la parola "naturale" alla fine della giornata si rivela per quello che è: la definizione di qualcosa di drammatico, di aggressivo, finanche di "infernale". 
Infernale come solo la Natura sa essere.

Si comincia con il travaglio. Io sono vicino a Simona. Le tengo la mano mentre le onde di dolore montano in lei, monitorate dal "tracciato" di un macchina che ne segue l'evoluzione. Presto i numeri sul piccolo monitor senza fronzoli mi diventano familiari. E quando una certa cifra aumenta sul cardiotocografo (in particolare presto i miei occhi si focalizzano sul valore "toco" che evidentemente misura il picco della contrazione uterina) vedo sul volto di Simona comparire lo strazio.

Col passare dei minuti, delle mezzore, delle ore (ma non tante) il dolore la fa prigioniera. Il suo sguardo si allontana sempre di più, come se fosse ormai concentrato su una zona distante che solo lei può vedere. Il dolore può stordire e quello del travaglio è come uno stupefacente che ti scolla dalla realtà e ti porta in una dimensione in cui, immagino, tutto si distorce in una prospettiva personale. 

Imparo un altro termine che si rivela sempre più luminoso. Come un'insegna che inizialmente ti è estranea, ma poi capisci che è l'unica che ti porterà a destinazione. Il termine in questione è "dilatazione". Qui si parla in centimetri. Maria la dolce ostetrica, giovane e dal volto rassicurante, che a guardarla sembra più una ricercatrice universitaria (precaria) di filosofia che una infermiera specializzata in far nascere bambini, ci fa sapere che la dilatazione della vagina va alla grande. È passata dall'un centimetro delle 10 del mattino ai 4 cm alle 12:30. "siamo a metà strada" ci dice sussurrando e palesemente soddisfatta. "Metà strada", penso io terrificato, guardando la smorfia dolente che è la maschera piazzata salda sul volto di Simona.

Quando la dilatazione è completa mancheranno dieci minuti alle 15. Mi avvio in sala parto. Non si potrebbe entrare, ma mi danno un permesso speciale. Non voglio perdermi questi momenti in cui la lotta si fa più dura, in cui la vita reclama gridando un nuovo posto in mezzo a noi. 

Nei film le sale parto sono piene di macchinari e di colori, il trionfo dell'asettico scintillio del dispositivo elettronico. Nella realtà, quella dove di lì a poco nascerà Frida, è una stanza sì piena di apparecchi dall'aspetto medico, ma questi hanno tutta l'aria di residuati malconci e antiquati, che stanno lì come come pezzi di scenografia da una scena girata in precedenza e non ancora sbaraccati.

In fin dei conti per partorire occorre l'essenziale: un lettino con supporti per le cosce, una lampada che fa luce come i fari del San Siro, un'ostetrica che conduce le manovre davanti alla povera donna divaricata e sudata, il medico che impartisce ordini soavi e si prodiga in consigli che non credo vengano recepiti del tutto e, al limite, un'assistente navigata, svelta ed emozionata per il parto come uno spettatore che vede per la 170ma volta lo stesso film. Addirittura per sentire il battito si ricorre ancora a un aggeggio di legno (vedi foto sotto) che sembra un calice flute dove sorseggiare del "latte spumante" (non esiste, ma sarebbe bello berlo).

Stetoscopio Pinard

Gli ultimi dieci minuti prima dell'uscita di Frida rispettano il classico crescendo (leggasi "climax") di ogni buona storia che si rispetti. Il dolore incalza e deforma in smorfie sataniche il volto di Simona. Le sue mani si tengono sempre più strette alle staffe. I capelli sono zuppi e gli sbuffi della respirazione sono sincopati e bollenti. Io le faccio sentire che ci sono. L'emozione cresce in me, ma non sovrasta il senso cinematografico del momento. Sono concentrato sui dettagli, sono entusiasta di star assistendo a quella esplosione esistenziale che è la nascita.

L'ostetrica mi dice di spostarmi avanti. Si intravedono i capelli di Frida. La testa mi appare - attraverso la stretta feritoia del sesso di mia moglie - come un parallelepipedo piuttosto che come una sfera. Dicono a Simona di spingere con forza. Lei pensa di non farcela. Credo che tutte le madri del Mondo in questo momento hanno la sensazione di perdere le forze, di essere inadeguate fisicamente, di non riuscire a espellere questo "amatissimo nemico" in corpo (non esiste che  si può amare il proprio figlio nell'attimo in cui passa attraverso le tue viscere, nessuno mi convincerà del contrario).

Poi ecco la testa. Quante volte l'ho visto nei film questo momento? Eppure dal vivo è tutto un altro spettacolo. È come aver immaginato il mare per una vita, visto in foto, ripreso in video e poi improvvisamente, per la prima volta, ti ritrovi di fronte alla sua maestosa presenza con tutto il corteo di profumi, di suoni, di brezze alate.

Certo la nascita è molto meno poetica. Molto meno profumata. Molto meno pulita. Molto meno silenziosa.

Tagliano il cordone. Che ne film mi è sempre sembrato più stretto e più aggraziato. Frida piange. È il vagito primitivo che annuncia l'entrata in scena di un nuovo essere umano e della fine della nostra  (mia e di Simona) vecchia vita.

Io non piango, sono ancora stordito dalla bellezza del momento. Lei piange, invece, forse preoccupata dalla bruttezza del Mondo. E mentre la depositano nelle mie mani risuonano in me i versi di una poetessa che amo molto (Marina Cvetaeva):

Vieni vicino al mio petto,
più stretto:
nascere, piccolo, é cadere nel tempo.
Dal non-dove, non-terra,
così rovinosa discesa!
Da spirito in – polvere!
Piangi, bambino, per te, per tutti:
nascere – é cadere nel corpo!
Piangi, piccolo, per il futuro, e ancora:
nascere – é cadere nel giorno!

La tengo piano, impaurito per la fragilità di un essere appena coniato. Non penso che quella è mia figlia. Non penso che quel piccolo umano di tre chili e mezzo farà saltare ogni impalcatura della mia vita fino a quel momento. Non penso a quello che è, quello che è stato e a quello che verrà. Non penso a nulla, come se avessero staccato la corrente nel cervello.

La sua leggerezza nelle mie mani diventa la leggerezza improvvisa del Mondo. E io con lei cado nel tempo.





giovedì 16 luglio 2015

La pancia al piede, ovvero i tormenti della gravidanza

Se fossi una donna che si sente dire: "la gravidanza è uno stato di grazia, goditela", sfodererei il mio sorriso più luminoso e poi colpirei con una testata sul setto nasale l'autore dell'affermazione. 

Simona: 37 settimane e 3 giorni
Simona è arrivata al nono mese. Ho osservato da vicino questo cammino tortuoso che ora si avvia al termine. L'ho visto iniziare come un percorso tranquillo, una passeggiata in una valle più o meno fiorita per poi diventare un gara di trekking sempre più impegnativa, fino a trasformarsi in un calvario (ma senza sputi e colpi nel costato).

Io di gravidanza ne sapevo poco fino a che non ne ho visto una da vicino. Ne sapevo quello che tutti i maschi adulti ne sanno: un concentrato di conoscenze vaghe e misteriose, condite da una densità così alta di luoghi comuni che la gestazione finisce per diventare poco più che una storia da cartone animato.

Per esempio io immaginavo Simona sconvolta da nausee così violente da rendere la nostra vita come un viaggio a bordo di una nave di marinai in mezzo a un oceano di onde alte quanto un palazzo. Immaginavo mia moglie incazzata nera ogni giorno per il vomito sempre a fior di labbra. La realtà: nemmeno una nausea, nemmeno un accenno in nove mesi. Ne ho avute più io a contatto con certe persone che incontri ogni tanto sulla tua strada. 

Altro stereotipo è quello della mamma felice della sua pancia. Ormai Simona se potesse prendere un'ascia e togliersela dal corpo (senza far male a Frida per carità) non se lo farebbe dire due volte. La pancia le piace come può piacere a un prigioniero da fumetto quella grossa palla al piede nera che lo tiene schiavo della legge. Si può dire che quella della gravidanza è una vera "pancia la piede". 

La pancia è un macigno conficcato tra costole, inguine, vescica, schiena. Costringe Simona ad alzarsi ogni ora per andare in bagno. Pesa sulle gambe e sui piedi che sono diventati gonfi ed enormi come quelli di Fiona, la moglie di Shrek (ma senza quel simpatico colorito verde, per fortuna).

Quando deve alzarsi dal letto o dal divano sembra Gregor Samsa (questa la capisce solo chi ha letto La Metamorfosi del mio amato Kafka).

Quando deve salire le scale sembra un alpinista che sta scalando il K2 dopo che ha passato la notte a scongelarsi i testicoli.

Quando deve infilarsi le scarpe ha la stessa grazia di un pellicano rimasto invischiato in una marea nera di petrolio. 

Per non parlare poi di tutte le privazioni a cui va incontro chi è in "dolce attesa" (ma quale mente sadica e bacata ha partorito questa locuzione? è un'attesa che diventa estenuante, dolce come uno yogurt greco lasciato fuori al sole di questa estate infernale).

La verdura e la frutta devi lavarla così bene e con tanta meticolosità per il pericolo toxoplasmosi che fai prima a sgrezzare un diamante sudafricano  (il solo pronunciarla questa malattia mi fa uscire gli occhi dai bulbi) . Non puoi mangiare frutti di mare, non puoi mangiare svariati tipi di formaggio, non puoi prendere questo e non puoi assaggiare quello. 

E non puoi usare medicine, così quando arriva un'allergia di stagione, ti può prendere a cazzotti in faccia fino a farti somigliare (tra starnuti, muco, occhi arrossati) a un boxer che ha appena fatto il suo primo allenamento che si trova per sbaglio a salire sul ring con Mike Tyson. 

Insomma la natura non è stupida. Ti rende così insopportabile l'attesa (certo quella dolce) che ti dimentichi che sul traguardo ti aspetta il "mostro di fine livello" (questa la capiscono soltanto i giocatori di videogame, i nerd, i geek e quelli degli anni 80 che andavano a spendere tutti i soldi dei genitori in quelle sale giochi pieni di suoni orrendi e luci maniacali), cioè il parto, cioè quel simpatico momento in cui un essere umano con tanto di testa, spalle, braccia, gambe e piedi ti esce dal corpo, con la stessa dimestichezza con cui una palla da bowling si prende la briga di cercare un varco attraverso l'apertura di un portamonete!